Fatto il misfatto

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Il finanziamento pubblico non è stato abolito e non è in programma la sua abolizione.

C’è una proposta la cui entrata in vigore è necessaria, secondo Enrico Letta, per garantire una maggior “credibilità politica” .

Di cosa si tratta: drastica riduzione dal 2014 al 2016 del finanziamento pubblico ai partiti. Possibilità per i privati di destinare il 2 per mille durante la dichiarazione dei redditi a partire dal 2015. La percentuale in questione se non espressamente indicata dal cittadino a favore di un partito andrà in automatico nelle casse dello Stato. Non si parla di massimale. Non sembrerebbero previsti organi di vigilanza ad hoc.

Strano come la manovra Fornero sia stata approvata in pochissimi giorni e un referendum datato 1987 sul finanziamento pubblico non sia ancora accolto nella sua totalità.

qui un articolo di Repubblica in merito al ddl sotto esame: RepubblicaOnLine

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Ed e il signor Burns

Premessa: questo è un post da decantazione.

Qualche giorno fa il leader del partito laburista, Ed Miliband, ha pronunciato un discorso molto bello e interessante alla Big Tent di Google. Probabilmente il discorso che lo consacrerà definitivamente come leader politico (il Labour è dato per favorito alle elezioni del prossimo anno, e lì di solito chi è favorito vince), sicuramente un discorso che prova a rovesciare il campo. Dove per rovesciare il campo s’intende la capacità di dettare la linea su alcuni temi: dall’economia al fisco, dall’innovazione all’istruzione. Qualcosa che in Italia da sempre manca alla sinistra, costretta a inseguire un po’ tutti negli ultimi anni, dalla Lega a Grillo. Sotto c’è il video del discorso, qui il link dello speech tradotto dal sito di Europa (con un riferimento pop insolito per un discorso politico).

Dove andremo a sbattere?

Abbondantemente prima della fine dei famosi 100 giorni, la parte berlusconiana di questo governo è riuscita già a riproporre il vecchio ddl Alfano sulle intercettazioni e il dimezzamento della pena per concorso esterno in associazione mafiosa. Allo stesso tempo i grillini affilano le armi e ripropongono dopo 17 anni l’ineleggibilità di Silvio.

In tutto ciò il PD è, come al solito, stretto nella morsa, tra l’imbarazzo di mandar giù rospi e le promesse di responsabilità al governo. E i cosiddetti leader, un tempo onnipresenti, ora si guardano bene dal difendere le scelte impopolari, anzi le attaccano, cosicché la linea politica, figlia di nessuno, sembra decisa a sorteggio.

Perché ora come ora il partito sembra un pulmino in gita scolastica che sbanda. E il guidatore dal cognome bipartisan, sembra condannato ad andare a sbattere contro un platano. Intanto la base, non sapendo con chi prendersela, urla contro gli onorevoli bambini dentro al pullman, perché si lancino fuori prima che sia troppo tardi.

Sul ciglio della strada si accalcano gli umarel, mani dietro la schiena. “No no no, questo qui non è mica un lavoro fatto bene”. “Ma non vede che c’è da controsterzare a sinistra?”. Più si fanno vedere lì, sul marciapiede, più sottolineano che non sono loro al vImageolante.

Qualcuno prende tempo, aspetta qualche mese, vede come va, al limite se il pulmino non si sfascia prima, a ottobre si candida. Qualcun altro non si candida perché “non vuole poltrone”. Certo, a meno che non sia la poltrona di Presidente del Consiglio: in quel caso i suoi giovani glutei potrebbero anche farsene una ragione.

Non è vigliaccheria, si tratta semplicemente di saper comunicare. Senza porsi troppe domande sul cosa.

 

Amministrative 2013, primo round

Ero in debito di un post, e rimedio subito. Come vi avevo preannunciato, non intendo lanciarmi in analisi politiche post voto, non fosse altro perché il turno di ballottaggio può ancora cambiare molti scenari. Quindi mi concentrerò su due aspetti.

Il primo riguarda l’appeal di Renzi, portato come la Madonna Pellegrina a sostenere i candidati sindaci più in difficoltà (spesso con buoni risultati di piazza, ma questa è un’altra storia e ne riparleremo). Era andata bene alle regionali in Friuli, dove l’elettorato aveva apprezzato l’accoppiata Renzi-Serracchiani, con Debora-senza-l’acca a vincere di un soffio. Insomma, non mi stupirei che Renzi facesse tappa anche a Roma per tirare la volata a Ignazio Marino nei prossimi giorni.

Per farla breve: dopo una sommaria ricerca sul web ho ricostruito che Renzi è andato a far tappa elettorale a:

  • Treviso (il renziano Manildo in vantaggio contro lo sceriffo Gentilini)
  • Vicenza (il renziano Variati ha vinto al primo turno contro Manuela Dal Lago, big leghista)
  • San Donà di Piave (centrosinistra in vantaggio, amm.uscente centrodestra)
  • Villafranca di Verona (centrosinistra in svantaggio, amm. uscente cdx)
  • Gavorrano (Iacomelli, centrosinistra, ha vinto al primo turno)
  • Siena (centrosinistra in vantaggio col renziano Valentini)
  • Sarzana (vittoria del csx al primo turno)
  • Barletta (csx in vantaggio, amm. uscente cdx)
  • Imola (csx ha vinto al primo turno, ed erano parecchio in crisi)
  • Sestri Levante (csx in vantaggio al 47%)

Non mi sembra male (per chi vuole approfondire la questione nord-est, qui un bell’articolo di Dario Di Vico). Poi mi sono messo a spulciare tra i comuni capoluogo che sono andati al ballottaggio, e ho notato che:

  • a Imperia, feudo scajoliano il candidato del centrosinistra ha sfiorato l’elezione al primo turno col 47%… sfiga: Sel correva da sola e ha preso l’11%. Insieme, avrebbero chiuso i giochi
  • ad Ancona, la candidata Mancinelli del csx ha preso il 38%: se Sel avesse accettato l’alleanza, col suo 9,5%, molto probabilmente sarebbero stati eletti (le coalizioni rafforzano)

Morale: quando finirà questa moda della sinistra-più-de-sinistra di fare li mejo fighi der bigoncio, sarà un bel giorno, ma sempre troppo tardi.

Ma anche (si)

L’altra sera ho acceso la tv per guardare il comizio di Beppe Grillo da Piazza san Giovanni a Roma. Più che altro ero interessato a capire quanta gente ci fosse: tanta, in effetti, ma poi non ho potuto fare a meno di sentire Grillo, che in due minuti d’orologio (poi ho cambiato canale) ha detto almeno 5 volte la parola “cazzo“.

Poi su Facebook un amico grillino mi ha scritto: meglio dire cazzo e votare A al referendum sulle materne di Bologna (altro tema spinoso, ma ci torneremo). Ci ho pensato: ma è veramente così?

Mi piacerebbe sapere chi ha deciso, e quando, che il ma anche non andava più bene. Non tanto quello veltroniano (comunque meglio dell’un po’ bersaniano, ma pure questa è un’altra storia), bensì il ma anche che ti porta a votare A al referendum, se questa è la tua idea, ma anche a non dire cazzo davanti a 50mila persone e mezzo paese in tv. Non è affare solo di Grillo, naturalmente. Riguarda un po’ tutta la nostra politica, almeno negli ultimi 20 anni.

Si può governare bene un paese, ma anche evitare di fare le corna ai vertici internazionali.

Si possono fare delle leggi sull’immigrazione, magari anche più stringenti (in fondo è una scelta politica), senza bisogno di dire che si spara ai gommoni.

Si può attaccare politicamente un avversario, senza usare grevi battute sulla sua statura.

Il problema è che da ormai troppi anni siamo costretti a dover scegliere, nascondendoci dietro la maschera del menopeggismo. E non è solo questione di forma vs sostanza. E’ questione che non si può sempre sacrificare tutto sull’altare dell’efficacia. Anche perché spesso dell’efficacia non è rimasta traccia, mentre tutto il resto, le corna, i fucili, i gommoni, le battutacce, restano. Nel mondo ideale, non ci si dovrebbe accontentare di una qualità, specialmente tra chi ha il compito di governare o di decidere, ma se ne vorrebbero molte. Alle ultime elezioni invece, chi votava M5S sacrificava la competenza per la trasparenza, mentre chi votava altri partiti chiudeva un occhio sulla trasparenza in nome della competenza, dell’esperienza, dell’efficacia.

Tutto quel che propone Grillo si può fare senza bisogno di dire cazzo ogni trenta secondi. Se cediamo al giustificazionismo, o (scusate il gioco di parole), peggio, al menopeggismo, significa che hanno già vinto.

E se facessimo come in Inghilterra ?

Nei bilanci delle squadre di calcio appartenenti ai principali campionati europei le maggiori entrate derivano sempre dalla vendita dei diritti televisivi.
La domanda del giorno è: esiste in Europa un campionato di calcio in cui la ripartizione di tali proventi è più iniqua rispetto a quanto avviene in Italia?
Forse in Spagna il sistema è anche più squilibrato, ma in ogni caso la ripartizione operata dalla Lega Calcio italiana è esageratamente sbilanciata a favore delle grandi squadre.
E’ interessante leggere quest’accurata analisi relativa alla stagione appena conclusa:
http://tifosobilanciato.it/2012/10/29/diritti-tv-serie-a-abbiamo-provato-leffetto-del-sistema-di-ripartizione-della-premier-league-date-unocchiata/
Il confronto tra Italia e Inghilterra è veramente impietoso.

A tal proposito vorrei fare qualche considerazione:
1) In Italia il sistema in vigore impedisce l’avvicinamento delle piccole alle squadre con maggiori disponibilità economiche che sono chiaramente favorite, allargando nel tempo il divario con i Catania, i Cagliari e i Torino della situazione.
2) L’unica piccola che nel tempo è riuscita a farsi largo con regolarità è l’Udinese grazie all’estrema bravura dei propri talent-scout in grado di sondare gran parte dei giovani talenti in almeno tre continenti; un miglior sistema di ripartizione delle risorse potrebbe permettere a Pozzo di non vendere ogni anno tutti i pezzi migliori? e se l’Udinese migliorasse la propria competitività diventando una squadra insidiosa per il titolo?
3) In Italia le squadre piccole sono penalizzate nella ripartizione delle risorse e sono anche fortemente ostacolate nella possibilità di avanzare nella Coppa Nazionale, attraverso un regolamento perverso che favorisce nettamente le prime otto classificate del campionato precedente (es. il Bologna per arrivare in semifinale quest’anno avrebbe dovuto espugnare in gara secca il San Paolo di Napoli e successivamente San Siro sponda Inter, missione quasi impossibile); in Italia un Wigan non vincerebbe mai la Coppa.
4) Tale sistema creato su misura per favorire le squadre più forti non permette in ogni caso a queste di raccogliere risultati brillanti e soprattutto continuativi nelle coppe europee.
5) E’ fastidioso ascoltare gli strepiti di Antonio Conte che quando viene eliminato dalla Champions League si lamenta per le maggiori possibilità economiche del Bayern; i simpatici commentatori di Sky e Mediaset avrebbero potuto ricordargli che la sua squadra da due anni domina in Italia ricevendo dai diritti televisivi una cifra che è circa TRE volte superiore a quella incassata da più della metà delle squadre del campionato.