Chiedere non costa nulla

A chi oggi si scandalizza per le dichiarazioni di Renzi che dice di vedere il partito come un mezzo per arrivare alla presidenza del consiglio chiedo di calmarsi e ascoltare meglio: Matteo non sta sputando sul partito. Anzi, nella sua logica lo sta tirando fuori da quella che vede come la melma della partitocrazia fine a se stessa, per riproporlo come comitato elettorale, più dinamico, capace di imprimere alle idee la forza necessaria per arrivare alla fase governativa, e quindi di attuazione.

Ai militanti, simpatizzanti, e curiosi che attendono che si rimetta in moto la macchina delle primarie chiedo: cos’è per te un partito? Perché di per sè il termine “partito” vuol dire tutto e niente. È uno di quei termini che sembra star uscendo dal mondo del politically correct per finire nel dimenticatoio insieme ad “handicappato” e “spazzino”, per venire sostituito da parole come “movimento” o “popolo”. Quando in realtà è la sua struttura a dargli significato.

Io, da emiliano, ho visto negli anni il mio Partito, a livello locale, e le persone che vi gravitavano intorno, proporre iniziative culturali di ogni genere e con una certa regolarità; mettere in piedi mercatini dell’equo e solidale; collaborare con i gruppi anti-mafia; mettere insieme gruppi d’acquisto solidali (GAS); promuovere raccolte fondi per temi meritevoli d’attenzione; distribuire gratis e installare in casa degli anziani lampadine a basso consumo energetico, spiegandone l’utilità; organizzare sondaggi e assemblee pubbliche per discutere la qualità della sanità locale; instaurare un dialogo con le comunità di immigrati, con cui dar vita ad eventi pensati apposta per integrarli nella comunità locale e tanto, tanto altro. Tutte cose che non sono da dare per scontate in un paesino di campagna, a 25 chilometri dalla città più vicina.

Certo, ho visto anche discussioni interne poco civili, dimissioni, difficoltà a rinnovare il nucleo dirigente, l’ho visto a tratti intraprendere strade che non ho condiviso e che ancora non condivido. Ma tutto quello che ho visto mi porta a credere che un partito possa e debba essere di più di un semplice comitato elettorale.

Così, a quanti dicono che in fondo tutte le cose che si fanno a livello locale, possono tranquillamente continuare ad essere fatte a prescindere da come il segretario nazionale intende il partito, chiedo se c’erano a fare volontariato quando vide la luce il “partito liquido” veltroniano, e se hanno notato qualche differenza rispetto a prima. O se l’hanno notata dopo, quando cambiò la testa della segreteria, e Bersani, anche lui emiliano, cercò di rilanciare il concetto di presenza sul territorio, ponendo l’accento non sul “quanto” ma sul “come”.

Chiedo se hanno mai visto un bilancio di una sezione (o circolo, come va di moda ora) locale, e hanno mai notato com’è cambiato il rapporto di distribuzione delle risorse sull’asse locale-nazionale da una gestione all’altra. Chiedo se non credono che il modo di intendere il partito promosso dal segretario nazionale, influenzi la percezione che ne ha la base. E chiedo se sia un caso che durante la breve gestione veltroniana, la Lega (per eccellenza, l’altro partito più presente a livello locale) abbia visto raddoppiare i propri consensi alle politiche nel giro di due anni, per poi crollare alla recente tornata.

Allo stesso modo a coloro a cui piace chiamare i circoli che frequentano “comitati di mobilitazione permanente” o simili, per darsi arie da rivoluzionari mentre siedono sorseggiando un rosso corposo e discettano di “think tank”, “flexibility” e “premiership”, chiedo se è mai capitato, facendo volantinaggio alle 6 di mattina nelle piazze dei mercati, davanti alle stazioni o gli ospedali, di sentirsi mandare al diavolo dai vecchietti perché “A Veltroni ci interessa solo quando c’è da votare”.

Infine voglio rivolgermi, a quanti dicono che l’Emilia è un discorso a parte, e che sono convinti di avere una visione di insieme, del resto pare ne siano convinti tutti, ma finisce sempre che ognuno ha la sua. In statistica si tendono ad ignorare i valori eccezionalmente alti (così come quelli bassi), perché si ritiene che falsino il risultato. In altre discipline, invece, i casi eccezionali vengono definiti “modello da seguire”.

A loro chiedo solo che materia preferivano a scuola.

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4 pensieri su “Chiedere non costa nulla

  1. Qualche osservazione.

    1. Bisogna partire da un punto base: il partito è un mezzo o un fine? Perché da lì poi discende tutto. La mia idea è che un partito debba essere funzionale a uno scopo ben preciso, ossia vincere le elezioni. Se perde le elezioni poi può fare tutte le iniziative più belle del mondo, ma avrà perso un’occasione. Di conseguenza, tutto ciò che é in deficit o in eccedenza allo scopo rischia di essere problematico. Un partito che fa una brutta campagna elettorale è un problema perché non raggiunge lo scopo; un partito che vince le elezioni e poi lottizza le istituzioni è un problema allo stesso modo perché eccede.

    2. Il tuo ragionamento fila ma rischia di cedere su un punto: il Pd di San Pietro in Casale, come quello di Cesena o di Aulla, è una cosa. Ha una storia, delle radici, una cultura politica. Il Pd di Carugo o di Agrigento è un’altra cosa, e magari tutta quella storia non ce l’ha. Cioè io non vorrei che si finisse per fare l’errore di considerare il modello emiliano come qualcosa di esportabile. Non lo è, e non è necessariamente un male il fatto che a Carugo o ad Agrigento il partito sia più leggero, perché magari in quel contesto funziona meglio. Non è detto che radicare = migliorare. Quando c’era il Pd di Veltroni, è vero che la Lega prese il massimo, ma lo prese anche il Pd.

    3. Infine, visto che si va verso il congresso, dico la mia. Credo che basare la discussione su “che tipo di partito vogliamo” sia sbagliato. Il congresso del Pd deve stabilire, in ordine di importanza a) il leader b) l’idea di paese c) il percorso da fare per vincere le elezioni. Se poi il partito venga organizzato in circoli, sezioni, club, bande, meetup, sinceramente mi interessa poco.

    Roosvelt diceva che è meglio avere dell’ottima stampa e un cattivo governo piuttosto che un ottimo governo e della cattiva stampa. Allo stesso modo, per me è meglio avere un ottimo leader e un partito debole piuttosto che un partito forte e un leader debole.

  2. 1. Il punto base che tu citi, in quanto titolo del blog dell’Annunziata, è stato proprio ciò che mi ha spinto a scrivere. Secondo me la domanda è piuttosto fuorviante. Mi spiego meglio. Il partito è ovviamente un mezzo. Ma un mezzo per fare cosa? Per vincere le elezioni e poi vediamo, o può essere qualcosa di più? E se siamo costretti a scegliere tra il partito che ho descritto io, e quello che ti fa vincere (ammesso e non concesso che una cosa escluda l’altra), vinciamo a che prezzo? Perché, hai ragione, nemmeno io penso che il radicamento sul territorio ti porti automaticamente a vincere le elezioni. Basta guardare Forza Italia. Ma di che partito stiamo parlando? Dico, a parte le idee che propugna, condivisibili o meno. Un partito che nasce e muore col suo leader, privo di contenuti politici sul modello del catch-all party americano, nel quale è totalmente assente ogni dibattito interno, che attrae elettori che non vanno di molto oltre i Flinstones (cit. Ignazi). Per me un partito così, può definirsi di sinistra quanto vuole, può portare in campagna elettorale le idee che vuole, può vincere le elezioni nazionali, la Champions League e il festival di San Remo, ma non credo che migliorerebbe in alcun modo il paese. E soprattutto credo che sarebbe una sostanziale riconferma del berlusconismo come modello culturale.
    Un partito che perde (e non c’è scritto da nessuna parte che con un partito non incentrato sul leader si debba perdere per forza), ma ottiene un 30% e tiene viva una certa idea di partito, di democrazia, di discussione e dibattito interno, di azione sul territorio non fine a prendere voti, ma a migliorare il territorio stesso (non dovrebbe, in fondo, servire a questo la politica?), significa il mantenere vivo un modello culturale che secondo me ora più che mai va difeso con le unghie e con i denti.
    Insomma, a sinistra si parla tanto in questo periodo di fine del berlusconismo, ma forse dovremmo metterci d’accordo su una cosa: cos’è il berlusconismo e quanto ce n’è rimasto nelle vene? Siamo sicuri che il fatto di non averlo mai votato ce ne renda immuni?

    2. Radici e cultura politica non è detto che siccome non ci sono in Sicilia, non ci debbano essere o non si possano instaurare, e secondo me bisognerebbe essere un minimo lungimiranti e guardare un po’ più in là delle prossime elezioni. I siciliani, soprattutto i giovani, del resto ci hanno appena dimostrato di essere molto attivi sul territorio e desiderosi di partecipare. Detto questo, franz, non dico che il modello Emilia vada imitato in tutto e per tutto. Abbiamo un grosso problema di rinnovamento del gruppo dirigente, visto che, data la zona, non si perde mai. Il problema è secondo me un altro effetto del berlusconismo: la confusione tra sport e politica. La regola per cui “allenatore che vince non si cambia”. Ora, io ho sempre detestato le metafore sportive in politica. Per una ragione molto semplice: la politica è la politica, lo sport è lo sport. In politica l’obbiettivo non è vincere, ma cambiare le cose se non ci stanno bene. E chi ha un minimo di memoria storica sa che il “sì ma per cambiare bisogna prima vincere”, non è altro che un luogo comune, una semplificazione della realtà, se vogliamo anche un po’ superficiale (solo per fare 2 esempi: l’M5S non ha cambiato nulla, pur non avendo mai vinto le elezioni? Prodi è riuscito a combinare qualcosa pur vincendole?). Renzi non è il giocatore migliore, dato il 60% di gradimento, che viene tenuto in panchina. E’ uno che con il 60% di gradimento a livello nazionale ha comunque perso le primarie. Allo stesso modo, se un gruppo dirigente si dimostra arrogante, incompetente e ottuso, può vincere quanto vuole, ma va cacciato.

    3. Il che mi porta a risponderti più riassuntivamente nel terzo punto. Sto leader in base a cosa lo scegliamo? In base alle quote dei bookmaker? Sarò all’antica, ma nel leader-cavallo non ho mai creduto. Io credo che voterò un’idea di partito, e un programma di governo, non la persona che me li propone. Sembrerà banale, ma mi pare l’unica cosa sensata da fare.

  3. franz, che mi sei diventato grillino che rispondi a suon di link? 🙂

    Ad ogni modo la mossa del buon Ed la trovo condivisibile, anche se su questa testata mi pare che si mettano un pò troppe mani avanti: se sarà la svolta geniale che lo porterà a vincere lo valuteremo poi. E non credo che ci siano grandi insegnamenti da esportare: stiamo parlando di un paese con un contesto totalmente diverso dal nostro che ha fatto una mossa che avvicina la concezione dei sindacati alla nostra.
    Se è vero che non ci sono sistemi politici o modi di organizzare i partiti giuste o sbagliate, ma solo più o meno adatti ad un contesto, direi che l’unico insegnamento che possiamo trarne è che se un giorno ci capita di piazzare uno scozzese nella segreteria della CGIL, prima è meglio nascondere l’argenteria.

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