Il Processo del Martedì

Ci siamo. Aspettavamo questo momento da chissà quanti anni. Eppure, comunque andrà a finire, ci hanno già rovinato la festa.

Nelle ultime settimane ne abbiamo sentite di tutte, la campagna lanciata dalla squadraccia filo-berlusconiana è stata martellante, e come al solito, efficace. “Ma perché Valentino Rossi può patteggiare mentre a Lui viene dato un anno?”; “Per la giustizia italiana una frode fiscale vale più di quattro stupri”; “Siamo alle solite: il nero che prende a picconate i passanti viene assolto e Silvio va in galera”.

Certo, qualcuno avrebbe potuto far notare che l’evasione e la frode fiscale sono cose ben diverse; che non ha senso giuridicamente paragonare due reati completamente diversi senza peraltro tenere conto del contesto; che Kabobo non è stato assolto, e che “infermità mentale” vuol dire un’altra cosa.

Eppure dall’altra parte ci si è limitati ad un lapidario “Le sentenze non si commentano”. Ora potremmo discutere se sarebbe stato meglio farsi trascinare in questa polemica dell’assurdo, ma credo sia più interessante concentrarci sui risultati di questa strategia.

Se nessuno dubitava che i fedelissimi dell’Esercito della Libertà avrebbero sposato questa linea ai primi accenni, alla lunga ha ceduto anche buona parte del popolo anti-berlusconiano. Quelli che “per carità se le merita tutte, però in effetti…”. Quelli che “a essere così esagerati però rischiamo di farlo passare per martire”.

Eppure pochissimi conoscono nei dettagli gli atti dei processi in questione. E fra quei pochissimi, ancora meno hanno le competenze in materia per valutare la giustezza della pena in base al codice e ai casi precedenti.

In poche settimane, abbiamo messo in piedi un’originale variante del Processo del Lunedì di Biscardi, con 65 milioni di italiani davanti alla televisione a chiedersi se il fallo di Silvio era da rigore o meno. Beh, signori, che fosse o meno rigore, il risultato è che Lui è riuscito finalmente a far passare uno dei cavalli di battaglia del programma di Aldo: la tesi del Gomblotto.

E non è solo, i 3 personaggi politici più acclamati al momento, sono tutti vittime di un Gomblotto.

Uno ordito dai famosi giudici bolscevichi e dai media che nel nostro paese sono notoriamente in mano all’estrema sinistra.

Un secondo dai politici di ogni parte, da qualsiasi mezzo di stampa cartaceo o televisivo, dai poteri finanziari, e dagli americani, che, come è ormai risaputo, impiantano chip sottopelle a destra e a manca.

E infine il più casereccio Gomblotto dei vecchietti di sinistra, che si riuniscono invece il mercoledì sera, mentre i giovani sedicenti di sinistra sono intenti a seguire la Champions League, e tramano orribili intrighi a loro spese.

Messi insieme questi tre raccolgono quasi il 90% dei consensi, secondo i sondaggi.

Visto l’andazzo, verrebbe quasi da candidare Lucianone Moggi. Certo, se non ci avesse già pensato qualcuno.

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Da Falkirk con amore: Old Labour, New Labour?

Benvenuti a Falkirk, alias collegio elettorale scozzese non troppo celebre fino agli scandali dell’ultimo anno. Cosa è successo a Falkirk? Brevemente, il sindacato ha tentato di influenzare il processo di selezione del candidato laburista, e al termine di un pasticcio degno delle migliori spy story, con tessere gonfiate, forzature, pressioni e telefonate a Scotland Yard (qui il pezzo di Filippo Sensi su Europa), il leader del Labour, Ed Miliband, ha colto la palla al balzo per ridefinire una volta per tutte il rapporto partito-sindacato. 

Occorre specificare infatti che fino a questo momento gli iscritti alle Unions erano automaticamente iscritti anche al Labour: se non desideravano essere affiliati dovevano esercitare la clausola di opt-out. Questo dettaglio è fondamentale poiché parte della quota versata al sindacato finisce direttamente nelle casse del partito.

Ed Miliband, vincitore delle primarie interne contro il fratello David, è da sempre considerato uomo del sindacato e dunque anti-blairiano. Ma alla luce delle prossime elezioni, che il Labour ha buone possibilità di vincere, Miliband sta spostando il partito verso il centro, alla conquista di quell’elettorato decisivo e solidamente nelle mani di Blair nel 1997, 2001 e 2005 (non nel 2010 quando infatti vinsero i Tory).

Ed il Rosso, come viene chiamato, ha deciso di recidere il legame col sindacato: dall’anno prossimo (ma in ballo forse c’è un referendum interno) addio clausola di opt-out, e benvenuta clausola di opt-in. Che significa? Che ogni affiliato al sindacato potrà scegliere se aderire al Labour o meno, e sulla base della sua decisione verrà versata o meno la quota al partito. Mai nessun leader laburista, né Kinnock, né John Smith, né Blair, né Gordon Brown, aveva mai compiuto questo passo. Blair politicamente aveva espresso più volte la distanza dal sindacato, ma non era stato capace di rinunciare ai finanziamenti. Intendiamoci, quando si parla di finanziamenti, si parla di decine di milioni di pounds. Riuscirà il Labour di Miliband ad emanciparsi dal sindacato? Non è ancora dato a sapersi, ma è chiaro che sull’intera vicenda si attende il responso elettorale.

Siano concesse due valutazioni personali. La prima è che il nomignolo ‘Ed il Rosso’ rischia di dover essere spedito in soffitta, tanto che da più parti si sta parlando di una blairizzazione di Miliband, il che la dice lunga sul peso politico di Blair nella storia del Labour, a dispetto dei tanti minimalisti che ne farebbero poco più che il barboncino di Bush. Dispiacerà a qualcuno, ma Blair è stato enormemente di più. La seconda osservazione, che è un mio pallino: beato quel paese i cui partiti hanno il coraggio di strappare col passato e voltare pagina. Il Labour si sta innovando per la seconda volta in 20 anni (dalla famosa Clause 4 del 1994), e non si tratta di mettere una Quercia o una Margherita in un simbolo, ma di ridefinire l’identità del partito. Scusate se è poco.

Letta, Renzi e il pd in riva all’Arno

È da qualche giorno che volevo condividere un paio di banalissime osservazioni con voi. Poiché questo sarà, con tutta probabilità, il principale tema dell’autunno non voglio perdermi in lunghe dissertazioni ma  piuttosto limitarmi  a una semplice riflessione basata sulla personalità dei due prima ancora che su tutte le altre possibili considerazioni.

Che dire quindi di Letta? Il buon Enrico è uno che non ha mai sbagliato formazione nemmeno al fantacalcio con gli amici del “barrino” di Pisa. Appare sempre razionale, calcolatore ed elitario; perfetto frutto dell’ambiente che lo ha visto formare. È un dirigente stimato (!?) da anni eppure nessuno ricorda una sua proposta forte. Questo semplice fatto ne costituisce, secondo me, contemporaneamente la sua forza e il suo principale limite.

Renzi, al contrario, appare sfacciato e dotato di una bella dose di ambizione/convinzione nei propri mezzi che lo possono rendere a tratti quasi arrogante. Ha però l’enorme pregio di essere fortemente comunicativo; al punto tale che una sua qualche affermazione è ricordata un po’ da chiunque. Insomma riducendo all’osso il concetto: Letta è quello che al torneo di calcetto (rigorosamente della parrocchia!) sceglierebbe sempre un portiere forte. Si sa, quello limita sempre i danni. Renzi, invece, vorrebbe sempre avere in squadra due punte di valore. Così facendo finisce per sembrare un po’ il bulletto che pensa di poter fregare i vecchi marpioni del campetto che nel frattempo (almeno fino all’inizio della partita) se la ridono sotto i baffi.

Tornando a un piano un pelo più serio, due personalità del genere hanno pochissime possibilità di “andare di pari passo” e sono destinate a scontrarsi. Banalmente perché sono agli antipodi caratterialmente prima ancora che politicamente. Lo scontro ci sarà e non basteranno meccanismi di democristiana memoria, invocanti una divisione tra segretario di partito e candidato premier, per evitarlo. E fatemelo dire: meno male.

Lettanomics – La politica economica del Governo Letta

Premetto che non sono un economista, quindi mi perdonerete se non sarò troppo tecnico. Recentemente, Enrico Letta ha dichiarato che non vorrà passare alla storia come il premier che ha sfasciato i conti pubblici. Una frase che è passata in sordina tra le polemiche per la sospensione dell’IMU e dell’IVA – le quali polemiche, per la verità, assomigliano più a un gioco al rialzo del PDL, nel caso ci dovessero problemi con il Governo e si prospettassero nuove elezioni, che a reali proposte di policy.

Ciò che conta, tuttavia, è il maniacale interesse per il rapporto deficit/PIL così come dal Trattato di Maastricht l’abbiamo conosciuto. Le dichiarazioni del Primo Ministro hanno avuto quindi come scopo la rassicurazione alle istituzioni europee: siamo al Governo con Berlusconi (e quindi piuttosto deboli nei tavoli negoziali a Bruxelles), ma ciò non toglie che non saremo vigili sulla tutela dei conti pubblici. Anzi, siamo in prima linea per ridurre la disoccupazione giovanile. L’Europa in fondo avrebbe di che preoccuparsi:da un lato, il debito pubblico ha toccato il suo massimo storico, dall’altro la disoccupazione giovanile in Italia sfiora il 40%. Il Governo sembra avere ottenuto entrambi i punti: il Consiglio Europeo ha posto in primo piano la questione “giovani” e dall’altro la Commissione ha permesso un piccolo sforamento congiunturale, si badi e non strutturale, al patto di stabilità. Si tratta, per quest’ultimo punto, di una flessibilità concessa che porterà ad investimenti pari a circa 8 miliardi. Una doppia vittoria quindi? Non ne sarei così sicuro.

In questa presunta vittoria si nasconde una contraddizione: quella per cui Letta possa apparire allo stesso tempo come il guardiano della spesa e colui che vara misure per il contrasto alla disoccupazione giovanile. I due punti programmatici sono quasi antitetici, non dal punto di vista pratico, ma da quello politico. Le misure d’austerità implementate in Europa (Italia compresa) sono state pro-cicliche, ergo recessive e le riforme strutturali, lungi dal rassicurare i mercati, hanno esasperato la crisi economica, dato che nessuna di esse era nata per stimolare la domanda. Oliver Blanchard del FMI ha riconosciuto che una politica di stretto controllo della spesa e incapace di guardare oltre il dato macroeconomico non riesce a garantire la ripresa – e, a mio avviso, minaccia seriamente la stabilità sociale dei paesi “periferici”.  La linea ortodossa del deficit al 3% si sta sgretolando sotto gli occhi dei teorici, eppure per la Commissione Europea questa soglia rimane intangibile.

Questa Letta volutamente lo ignora; e ignora che da vent’anni quel rapporto deficit/pil al tre per cento non è stato mai sanzionato tanto dai mercati  – come una vasta letteratura dimostra  – quanto dalla Commissione. Così come l’Italia sembra accettare passivamente sullo scenario europeo la vulgata secondo la quale la periferia ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e debba espiare, calvinisticamente, la propria colpa attraverso misure draconiane. Sarebbe da ricordare in Europa quali siano state le politiche di controllo salariale degli ultimi decenni in Germania: disancorate alla produttività e volte a creare surplus commerciali grazie alle esportazioni, queste riforme necessitano tutt’ora di una controparte; in breve, c’è bisogno di chi si assume il “carico” dell’import e la Germania aveva pensato che il mercato periferico europeo potesse assumere questo ruolo.

Le Mercedes comprate dai Greci non erano, quindi, una semplice civetteria ellenica, ma anche una scelta tedesca. Quando, però, i mercati della periferia hanno cominciato a crollare l’unica cosa da chiedere alla Germania era di godersi il proprio surplus e iniziare ad importare stimolando la domanda europea; l’egemone riluttante, secondo la definizione dell’Economist, semplicemente ha negato il problema, continuando ad insistere sulla necessità di politiche restrittive, come dimostrano i tassi di interesse al 4,25% della BCE ancora nel 2008 nel pieno della crisi dei mutui sub-prime. Questa scelta ha messo in ginocchio l’Europa e potrebbe essere una caduta non semplicemente congiunturale.

Perciò, quando una coalizione di centro-sinistra tornerà alla guida del paese, prima delle misure a riduzione della disoccupazione, che spesso si risolvono in riforme a basso costo e scarsa lungimiranza, dovrà stabilire quale sarà il framework teorico sui cui baserà le proprie scelte: se dovremo concentrarci sullo stimolo alla domanda sino a che la burrasca non sia passata o se saranno ancora una volta le ricerche disperate degli avanzi primari a guidarci nella crisi. Non è una decisione da poco e non è una decisione solo italiana. Dovrebbe essere presa su scala europea – grazie al filtro dei partiti europei– e dovrebbe segnare la vera alternanza ideale che intercorre tra i partiti conservatori e quelli di ispirazione riformista o socialdemocratica. L’Italia qui potrebbe avere un ruolo di primaria importanza.

Cambiare la cornice di pensiero, d’altronde, non significa mettere in discussione l’Europa; anzi, significa dotarla di uno spazio politico plurale in cui non sia un’ideologia (quella neo od ordoliberale) a dominare, ma siano possibili cambiamenti culturali, economici e soprattutto politici a seconda del risultato delle elezioni. Non può più esistere un’Europa “lineare” in cui un pensiero egemone possa incanalare tutto il policy-making che avviene a livello continentale. Deve poter esistere una discontinuità politicaanche di politica economica, che si fondi sulla volontà degli elettori europei e che possa permettere anche una flessibilità nell’implementazione delle norme previste dai Trattati. Per questo Altiero Spinelli si batté per le elezioni di un Parlamento Europeo che non fosse soltanto uno specchio di decisioni prese a livello di Consiglio Europeo. Altrimenti l’Europa sarà un megafono che i vari governi nazionali utilizzeranno per scopi interni al fine di sbandierare le proprie conquiste o per cercare una legittimità nazionale, che le elezioni legislative non hanno garantito. Proprio come accade per il Governo Letta e per le sue insite contraddizioni.

 

Dio salvi la Regina (e anche Jonathan Coe)

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Dio salvi la Regina, anche quando le cose non vanno proprio benissimo. E sì che la Gran Bretagna degli ultimi trent’anni le ha viste tutte: dai “marroni” anni ’70, al boom del tatcherismo negli anni ’80, fino alle incertezze e alle speranze nate a cavallo del terzo millennio. Non è facile districarsi in mezzo a quintali di fish&chips, ales, neoliberismo e neolaburismo. Tra gli scioperi delle Trade Unions guidate dai trotzkisti, la risposta dei conservatori e il tentativo di seminare una nuova società con la cool Britannia. Per fortuna che a fare luce ci aiuta Jonathan Coe, che nel corso degli anni (i libri sono in giro da un po’) ha costruito un vero e proprio tracciato attraverso il quale gettare un’occhiata alla Gran Bretagna degli ultimi trent’anni.

La banda dei brocchi, La famiglia Winshaw e Circolo chiuso costituiscono un affresco imprescindibile sui

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cambiamenti dei sudditi di Sua Maestà nell’ultima parte del Novecento. Non è una vera e propria trilogia poiché solo La banda dei brocchi e Circolo chiuso vedono gli

stessi protagonisti, ma è evidente il fil rouge tra i te volumi. Che sono scritti con una prosa brillante, meno basic rispetto a Irvine Welsh e meno lineare rispetto a Nick Hornby.

 

Coe - Circolo chiusoQuesto perché Coe, amante di Calvino, ne ha ripreso l’abilità narrativa nel costruire trame che si prendono e si perdono fino a ricomporsi ai limiti del possibile (l’intreccio di La famiglia Winshaw è stupefacente).

Due osservazioni finali. La prima, personalissima, è che raramente (e qualcosa ho letto) mi sono identificato con un personaggio dei romanzi come mi successo con Benjamin Trotter (La banda dei brocchi e Circolo chiuso), e la cosa mi ha veramente stupito. La seconda, più generale, l’idea che resta della Gran Bretagna, dopo la triplice lettura. E cioè quella di un paese tutt’altro che florido ma in grado di capire il momento in cui trasformarsi e rompere col proprio passato, affrontando poi le conseguenze delle proprie scelte. Mentre su questi lidi non si fa altro che rimandare, per evitare di dover cambiare. Dio salvi la Regina, e ci preservi Jonathan Coe.

Il calcio di qua e di là dall’Appennino

La Fiorentina acquista Mario Gomez mentre, nello stesso giorno, il Bologna si assicura le prestazioni dello svincolato Rolando Bianchi. Vorrei partire da queste emblematiche notizie di calciomercato per lanciare uno spunto di riflessione su un tema che da sempre affligge il tifoso rossoblù.
La città di Firenze negli ultimi trent’anni ha sempre potuto ammirare una squadra di calcio in mano a grandi imprenditori. E’ vero che al Franchi si sono visti anche dei casi sull’orlo del TSO come Vittorio Cecchi Gori, però parliamo sempre di personaggi a capo di grandi aziende con enormi capitali a disposizione.
A Bologna nel dopoguerra la squadra di calcio è stata in mano a:
– Dall’Ara (piccolo maglificio, i suoi successi furono dovuti principalmente al settore giovanile e alla fitta rete di osservatori in giro per il mondo, quindi più idee che denaro)
– Goldoni (azienda di preservativi)
– Conti (editore locale)
– Fabbretti (assicuratore/truffatore)
– Brizzi (signore veronese benestante)
– Corioni (azienda di sanitari in ceramica)
– Gnudi e Gruppioni (due modesti imprenditori pieni di debiti)
– Casillo (boss del grano del Tavoliere delle Puglie, si mangiò anche le gambe delle sedie in società e portò la squadra in serie C e al fallimento)
– Gazzoni (ex imprenditore)
– Cazzola (ex imprenditore)
– Menarini (piccolo costruttore edile)
– Porcedda (chi era costui?)
– Guaraldi (piccolo costruttore edile)
A Bologna non si può fare calcio ad alti livelli se non per brevi ed effimeri momenti (lo sapevate che il Bologna non centra un piazzamento in classifica nelle prime sei dal 1971?? sì avete letto bene, dal 1971). A Firenze invece sì, alla fine magari conquistano soltanto dei piazzamenti e delle occasioni perse però è impensabile che Livorno, Pisa o Siena sottraggano a Firenze lo scettro di capoluogo regionale del calcio. Bologna, a tal proposito, negli ultimi vent’anni ha anche subito l’umiliazione di farsi costantemente superare da Parma.
Se analizziamo il tessuto industriale e il bacino di utenza di Bologna e Firenze non si spiega assolutamente la voragine che si trova tra i risultati delle due squadre di calcio negli ultimi quarant’anni.
Quindici anni fa si diceva che a Bologna il basket togliesse energie, capitali e spettatori al calcio. Bene, nel frattempo il basket cittadino è semi-morto ma il calcio, che all’epoca viveva uno dei rari fulgidi momenti dagli anni settanta in avanti, ora si trova in stato catatonico.
Qualcuno un giorno dovrà spiegarmi perchè i grandi imprenditori rotolano sempre dall’altra parte dell’Appennino.

L’Egitto e Morsi: una visione critica

Leggere con gli occhi di un occidentale ciò che sta accadendo in Egitto è una missione ardua. Leggerlo con un filtro mediatico che tende – per ragioni di semplicità – a ridurre il conflitto tra un presunto “buono” e un altrettanto presunto “cattivo” è ancora più difficile.

Di certo si sa che Mohamed Morsi è stato destituito pochi giorni fa dai militari egiziani, alla cui guida vi è l’ormai ex ministro della difesa Abdel Fattah Al Sisi. Una deposizione, o un colpo di Stato, se si preferisce, che si inserisce nella cinquantennale storia “politico-militare” egiziana, ma con la peculiarità, forse paragonabile solo al sostegno  della popolazione alla lotta di liberazione di Nasser, di essere stato accompagnato da una delle più imponenti manifestazioni di piazza mai viste al Cairo.

Tuttavia, la caduta di Morsi non è stato un inciampo accidentale dovuto semplicemente al seguito avuto dal gruppo Tamarod, capace, secondo alcune fonti, di raccogliere 22 milioni di firme contro l’ex Presidente della Fratellanza Mussulmana. Piuttosto, le radici andrebbero ricercate altrove e si inseriscono pienamente nel quinquennio di crisi globale che stiamo vivendo.  In primo luogo è bene sottolineare che la Primavera Egiziana ha trovato la sua legittimità e il suo seguito in una situazione economica devastante, prima che nella cosiddetta facebook youth. Il sistema socio-economico egiziano è stato caratterizzato sotto Sadat e Mubarak da una distribuzione della ricchezza diseguale e concentrata nelle mani dell’elite del partito unico, da una corruzione dilagante, ma soprattutto da una costante volatilità della crescita dovuta alla sistema di semi-rentier dell’Egitto (si vedano i rapporti dell’Arab Human Development degli ultimi cinque anni). Un alto tasso di alfabetizzazione, una età media piuttosto contenuta (il cosiddetto youth buldge), una crescente urbanizzazione di queste giovani  generazioni e una disoccupazione a livelli da periferia europea hanno fatto il resto. Nel 2011 serviva una miccia per l’esplosione: l’Egitto ne ha avute diverse. In primo luogo, il contagio tunisino; quindi, una mobilitazione già presente contro Mubarak (il Movimento Kefaya) e, infine, l’impossibilità di controllare i prezzi dei beni primari (come il pane) a causa dell’enorme speculazione che ne ha alzato esponenzialmente i prezzi.

Morsi, una volta eletto, avrebbe dovuto partire da quest’ultimo punto: rispondere alla crisi economica e cambiare l’impostazione di Sadat e Mubarak sugli aggiustamenti che il Fondo Monetario Internazionale aveva imposto all’Egitto. Non l’ha fatto e per di più si è dedicato a tentare di rafforzare la sua debole leadership: non va dimenticato, difatti, che egli venne definito un leader di compromesso, scelto dal partito Giustizia e Libertà (il braccio politico della Fratellanza) per non irritare troppo i militari dopo che Khairat El-Shater era stato estromesso alle elezioni. Se a questa debolezza interna si aggiunge il successo dei salafiti si può capire perché Morsi abbia avuto scarsa inclinazione al compromesso con i settori più liberali della popolazione (in Italia sarebbe l’equivalente del timore dello scavalcamento a sinistra), tanto che l’assemblea costituente venne boicottata, subito dopo il suo insediamento, dai partiti laici e della galassia della sinistra. Un comportamento miope che, al di là di qualche mediazione di successo con Hamas e Israele, non ha rafforzato l’immagine di presidente “democraticamente eletto ” che ora i Fratelli Mussulmani rivendicano per le strade. Infine, sempre dal punto di vista economico, poco o nulla è stato fatto per alleviare le sofferenze della popolazione, anche solo a livello simbolico. Al contrario, l’allineamento alle politiche del Washington Consensus è stato totale e non c’è da sorprendersi se, con un settore privato completamente atrofizzato e minato da anni di privatizzazioni a favore della ruling class (anche qui si vedano i recenti rapporti dell’Arab Human Development), il paese si trovi sull’orlo del fallimento. Certamente in un anno si poteva fare poco, ma anche quel poco non è stato fatto. I titoli di Stato sono valutati da Standard&Poor CCC+, praticamente spazzatura.

A Morsi e alla Fratellanza Mussulmana, la religione garantisce ancora un collante per la mobilitazione del proprio elettorato; sta di fatto che rispondendo solo a quello, come il caso del ruolo della Sharia in costituzione dimostra, non si consolidano le rivoluzioni. È bello scendere in campo contro il dittatore per la libertà, ma sarebbe il caso di ricordarsi di munirsi di una cesta di pane una volta in piazza. Se non c’è crescita e non c’è lavoro, ci sarà sempre meno da perdere per la popolazione. E gli egiziani da perdere hanno ben poco.

Dovremmo impararlo anche in Europa: quando rimarrà poco o nulla da perdere (e ancora ne abbiamo tanto perdere per fortuna), siamo sicuri che la democrazia di per se stessa ci salverà da orrendi scenari?