L’Egitto e Morsi: una visione critica

Leggere con gli occhi di un occidentale ciò che sta accadendo in Egitto è una missione ardua. Leggerlo con un filtro mediatico che tende – per ragioni di semplicità – a ridurre il conflitto tra un presunto “buono” e un altrettanto presunto “cattivo” è ancora più difficile.

Di certo si sa che Mohamed Morsi è stato destituito pochi giorni fa dai militari egiziani, alla cui guida vi è l’ormai ex ministro della difesa Abdel Fattah Al Sisi. Una deposizione, o un colpo di Stato, se si preferisce, che si inserisce nella cinquantennale storia “politico-militare” egiziana, ma con la peculiarità, forse paragonabile solo al sostegno  della popolazione alla lotta di liberazione di Nasser, di essere stato accompagnato da una delle più imponenti manifestazioni di piazza mai viste al Cairo.

Tuttavia, la caduta di Morsi non è stato un inciampo accidentale dovuto semplicemente al seguito avuto dal gruppo Tamarod, capace, secondo alcune fonti, di raccogliere 22 milioni di firme contro l’ex Presidente della Fratellanza Mussulmana. Piuttosto, le radici andrebbero ricercate altrove e si inseriscono pienamente nel quinquennio di crisi globale che stiamo vivendo.  In primo luogo è bene sottolineare che la Primavera Egiziana ha trovato la sua legittimità e il suo seguito in una situazione economica devastante, prima che nella cosiddetta facebook youth. Il sistema socio-economico egiziano è stato caratterizzato sotto Sadat e Mubarak da una distribuzione della ricchezza diseguale e concentrata nelle mani dell’elite del partito unico, da una corruzione dilagante, ma soprattutto da una costante volatilità della crescita dovuta alla sistema di semi-rentier dell’Egitto (si vedano i rapporti dell’Arab Human Development degli ultimi cinque anni). Un alto tasso di alfabetizzazione, una età media piuttosto contenuta (il cosiddetto youth buldge), una crescente urbanizzazione di queste giovani  generazioni e una disoccupazione a livelli da periferia europea hanno fatto il resto. Nel 2011 serviva una miccia per l’esplosione: l’Egitto ne ha avute diverse. In primo luogo, il contagio tunisino; quindi, una mobilitazione già presente contro Mubarak (il Movimento Kefaya) e, infine, l’impossibilità di controllare i prezzi dei beni primari (come il pane) a causa dell’enorme speculazione che ne ha alzato esponenzialmente i prezzi.

Morsi, una volta eletto, avrebbe dovuto partire da quest’ultimo punto: rispondere alla crisi economica e cambiare l’impostazione di Sadat e Mubarak sugli aggiustamenti che il Fondo Monetario Internazionale aveva imposto all’Egitto. Non l’ha fatto e per di più si è dedicato a tentare di rafforzare la sua debole leadership: non va dimenticato, difatti, che egli venne definito un leader di compromesso, scelto dal partito Giustizia e Libertà (il braccio politico della Fratellanza) per non irritare troppo i militari dopo che Khairat El-Shater era stato estromesso alle elezioni. Se a questa debolezza interna si aggiunge il successo dei salafiti si può capire perché Morsi abbia avuto scarsa inclinazione al compromesso con i settori più liberali della popolazione (in Italia sarebbe l’equivalente del timore dello scavalcamento a sinistra), tanto che l’assemblea costituente venne boicottata, subito dopo il suo insediamento, dai partiti laici e della galassia della sinistra. Un comportamento miope che, al di là di qualche mediazione di successo con Hamas e Israele, non ha rafforzato l’immagine di presidente “democraticamente eletto ” che ora i Fratelli Mussulmani rivendicano per le strade. Infine, sempre dal punto di vista economico, poco o nulla è stato fatto per alleviare le sofferenze della popolazione, anche solo a livello simbolico. Al contrario, l’allineamento alle politiche del Washington Consensus è stato totale e non c’è da sorprendersi se, con un settore privato completamente atrofizzato e minato da anni di privatizzazioni a favore della ruling class (anche qui si vedano i recenti rapporti dell’Arab Human Development), il paese si trovi sull’orlo del fallimento. Certamente in un anno si poteva fare poco, ma anche quel poco non è stato fatto. I titoli di Stato sono valutati da Standard&Poor CCC+, praticamente spazzatura.

A Morsi e alla Fratellanza Mussulmana, la religione garantisce ancora un collante per la mobilitazione del proprio elettorato; sta di fatto che rispondendo solo a quello, come il caso del ruolo della Sharia in costituzione dimostra, non si consolidano le rivoluzioni. È bello scendere in campo contro il dittatore per la libertà, ma sarebbe il caso di ricordarsi di munirsi di una cesta di pane una volta in piazza. Se non c’è crescita e non c’è lavoro, ci sarà sempre meno da perdere per la popolazione. E gli egiziani da perdere hanno ben poco.

Dovremmo impararlo anche in Europa: quando rimarrà poco o nulla da perdere (e ancora ne abbiamo tanto perdere per fortuna), siamo sicuri che la democrazia di per se stessa ci salverà da orrendi scenari?

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2 pensieri su “L’Egitto e Morsi: una visione critica

  1. la butto li, non basterebbero 1000 pagine per analizzare il problema, io dico la mia in poche battute.
    Ma se ciò che veramente veniva richiesto dalla piazza un anno fa non fosse solamente un cesto di pane da dividere?
    Non è che i giovani e il movimento creato per far cadere Mubarak ipotizzavano anche un evoluzione democratica dei diritti civili e sociali?
    E le donne, parte integrante di quella folla immensa che occupava in nostri schermi nei telegiornali, non sognavano un’emancipazione diversa e magari possibile?

    Sappiamo che la politica non è rivoluzione e la crisi non è una barzelletta, ma forse gli egiziani desideravano semplicemente di essere un po piu liberi.

  2. Mai negato questo, alla base delle proteste però c’è il malcontento sociale. Senza quello, nè in Tunisia, nè in Egitto si sarebbe catalizzato un movimento anti-dittatoriale simile. E’ da escludere a priori che il solo desiderio di libertà (termine peraltro declinabile in milioni di modi e tutti antitetici tra loro all’interno di una protesta così variegata) possa spiegare una rivolta. Altrimenti Kefaya e i migliaia di scioperi politici,sussegutisi dagli anni 80 in poi, avrebbero portato la caduta non solo di Mubarak, ma anche di Sadat.
    http://www.questia.com/library/1P3-2703609701/tunisia-s-jasmine-revolution-international-intervention
    The Revolutions of the Arab Region (Socio Economic Question at the Herat of Succesful Ways Foreward) (Samad e Mohamadieh, 2011)
    Workers and Egypt’s January 25° Revolution: Shifting the Discussion from “Autocracy/Democracy” to Political Economy and Equity (Beinin, 2011)

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