Lettanomics – La politica economica del Governo Letta

Premetto che non sono un economista, quindi mi perdonerete se non sarò troppo tecnico. Recentemente, Enrico Letta ha dichiarato che non vorrà passare alla storia come il premier che ha sfasciato i conti pubblici. Una frase che è passata in sordina tra le polemiche per la sospensione dell’IMU e dell’IVA – le quali polemiche, per la verità, assomigliano più a un gioco al rialzo del PDL, nel caso ci dovessero problemi con il Governo e si prospettassero nuove elezioni, che a reali proposte di policy.

Ciò che conta, tuttavia, è il maniacale interesse per il rapporto deficit/PIL così come dal Trattato di Maastricht l’abbiamo conosciuto. Le dichiarazioni del Primo Ministro hanno avuto quindi come scopo la rassicurazione alle istituzioni europee: siamo al Governo con Berlusconi (e quindi piuttosto deboli nei tavoli negoziali a Bruxelles), ma ciò non toglie che non saremo vigili sulla tutela dei conti pubblici. Anzi, siamo in prima linea per ridurre la disoccupazione giovanile. L’Europa in fondo avrebbe di che preoccuparsi:da un lato, il debito pubblico ha toccato il suo massimo storico, dall’altro la disoccupazione giovanile in Italia sfiora il 40%. Il Governo sembra avere ottenuto entrambi i punti: il Consiglio Europeo ha posto in primo piano la questione “giovani” e dall’altro la Commissione ha permesso un piccolo sforamento congiunturale, si badi e non strutturale, al patto di stabilità. Si tratta, per quest’ultimo punto, di una flessibilità concessa che porterà ad investimenti pari a circa 8 miliardi. Una doppia vittoria quindi? Non ne sarei così sicuro.

In questa presunta vittoria si nasconde una contraddizione: quella per cui Letta possa apparire allo stesso tempo come il guardiano della spesa e colui che vara misure per il contrasto alla disoccupazione giovanile. I due punti programmatici sono quasi antitetici, non dal punto di vista pratico, ma da quello politico. Le misure d’austerità implementate in Europa (Italia compresa) sono state pro-cicliche, ergo recessive e le riforme strutturali, lungi dal rassicurare i mercati, hanno esasperato la crisi economica, dato che nessuna di esse era nata per stimolare la domanda. Oliver Blanchard del FMI ha riconosciuto che una politica di stretto controllo della spesa e incapace di guardare oltre il dato macroeconomico non riesce a garantire la ripresa – e, a mio avviso, minaccia seriamente la stabilità sociale dei paesi “periferici”.  La linea ortodossa del deficit al 3% si sta sgretolando sotto gli occhi dei teorici, eppure per la Commissione Europea questa soglia rimane intangibile.

Questa Letta volutamente lo ignora; e ignora che da vent’anni quel rapporto deficit/pil al tre per cento non è stato mai sanzionato tanto dai mercati  – come una vasta letteratura dimostra  – quanto dalla Commissione. Così come l’Italia sembra accettare passivamente sullo scenario europeo la vulgata secondo la quale la periferia ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e debba espiare, calvinisticamente, la propria colpa attraverso misure draconiane. Sarebbe da ricordare in Europa quali siano state le politiche di controllo salariale degli ultimi decenni in Germania: disancorate alla produttività e volte a creare surplus commerciali grazie alle esportazioni, queste riforme necessitano tutt’ora di una controparte; in breve, c’è bisogno di chi si assume il “carico” dell’import e la Germania aveva pensato che il mercato periferico europeo potesse assumere questo ruolo.

Le Mercedes comprate dai Greci non erano, quindi, una semplice civetteria ellenica, ma anche una scelta tedesca. Quando, però, i mercati della periferia hanno cominciato a crollare l’unica cosa da chiedere alla Germania era di godersi il proprio surplus e iniziare ad importare stimolando la domanda europea; l’egemone riluttante, secondo la definizione dell’Economist, semplicemente ha negato il problema, continuando ad insistere sulla necessità di politiche restrittive, come dimostrano i tassi di interesse al 4,25% della BCE ancora nel 2008 nel pieno della crisi dei mutui sub-prime. Questa scelta ha messo in ginocchio l’Europa e potrebbe essere una caduta non semplicemente congiunturale.

Perciò, quando una coalizione di centro-sinistra tornerà alla guida del paese, prima delle misure a riduzione della disoccupazione, che spesso si risolvono in riforme a basso costo e scarsa lungimiranza, dovrà stabilire quale sarà il framework teorico sui cui baserà le proprie scelte: se dovremo concentrarci sullo stimolo alla domanda sino a che la burrasca non sia passata o se saranno ancora una volta le ricerche disperate degli avanzi primari a guidarci nella crisi. Non è una decisione da poco e non è una decisione solo italiana. Dovrebbe essere presa su scala europea – grazie al filtro dei partiti europei– e dovrebbe segnare la vera alternanza ideale che intercorre tra i partiti conservatori e quelli di ispirazione riformista o socialdemocratica. L’Italia qui potrebbe avere un ruolo di primaria importanza.

Cambiare la cornice di pensiero, d’altronde, non significa mettere in discussione l’Europa; anzi, significa dotarla di uno spazio politico plurale in cui non sia un’ideologia (quella neo od ordoliberale) a dominare, ma siano possibili cambiamenti culturali, economici e soprattutto politici a seconda del risultato delle elezioni. Non può più esistere un’Europa “lineare” in cui un pensiero egemone possa incanalare tutto il policy-making che avviene a livello continentale. Deve poter esistere una discontinuità politicaanche di politica economica, che si fondi sulla volontà degli elettori europei e che possa permettere anche una flessibilità nell’implementazione delle norme previste dai Trattati. Per questo Altiero Spinelli si batté per le elezioni di un Parlamento Europeo che non fosse soltanto uno specchio di decisioni prese a livello di Consiglio Europeo. Altrimenti l’Europa sarà un megafono che i vari governi nazionali utilizzeranno per scopi interni al fine di sbandierare le proprie conquiste o per cercare una legittimità nazionale, che le elezioni legislative non hanno garantito. Proprio come accade per il Governo Letta e per le sue insite contraddizioni.

 

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2 pensieri su “Lettanomics – La politica economica del Governo Letta

  1. Che la vittoria di Letta sia una vittoria di Pirro si era capito 5 minuti dopo che il Primo Ministro aveva annunciato la suddetta vittoria. L’equivoco sospetto è che da una parte voglia tenere in ghiaccio le forze politiche che lo sostengono e dall’altra tranquillizzare l’Europa perennemente timorosa di vaccate economiche da parte dei governanti italiani. Diciamo che Letta è lì e vuole rimanerci il più a lungo possibile magari sperando in cuor suo che il Partito Democratico si organizzi per la futura tornata elettorale politica. Ma questo è un altro discorso.

    Venendo squisitamente alla questione europea l’idea di elaborare a livello comunitario un framework teorico all’interno del quale coordinare le future politiche economiche mi sembra una più che ragionevole meta a cui ambire coronando il sogno dei “padri costituenti europei”. La creazione di “un’alternanza tra i partiti conservatori e quelli di ispirazione riformista o socialdemocratica” non so se sia possibile a livello di pensiero politico europeo perchè mi sembra più una matrice americana; ad ogni modo riconosco che sono le uniche due bandiere a cui poter stringersi intorno.

    La questione economica italiana merita un discorso a parte rispetto a qualsiasi considerazione di politica economica. Il vero problema dell’Italia, nella mia personalissima e molto probabilmente miope visione, è che non si è mai capito con quali regole si gioca la partita economica. Sicuramente non le regole del liberismo americano, nemmeno quelle dello scellerate dei Brics nemmeno quelle della flex security dei Paesi Nordici e nemmeno un sistema economico come quello francese in cui il welfare state gioca un ruolo dominante ma non soffocante dell’economia. Questo è il punto in cui la politica italiana ha fallito e continua a non darsi un obiettivo o una vision alla quale ambire. Per fare questo ci vuole un governo forte e che non sia ancora sotto diktat di qualche potere forte o forza sociale (e qui mi riferisco ai sindacati).

  2. Un anno e mezzo fa a Bruxelles, nel bel mezzo del quartiere “europeo” campeggiavano manifesti formato facciato-di-palazzo che più che chiedere, quasi annunciavano la prossima formazione di un ministero delle finanze europeo. Non so che clima si respiri ora da quelle parti, ma certo qui non se ne parla da un pò.

    Fra tutte le conferenze tenute sul tema da i vari capoccia nel campo dell’economia e delle scienze sociali, pro e anti-europeisti, mi sono alfine convinto che:

    1. Fra austery, welfare e investimenti su infrastrutture-lavoro-grandi eventi, non sono in grado nemmeno minimamente di soppesare con cognizione di causa pro e contro, e quindi non sono in grado di valutare quale sia la strada migliore da seguire.

    2. Un ministero europeo dell’economia, una volta trovati gli adeguati check and balance fra paesi centrali e periferici per la nomina dello stesso, porterebbe con grossa probabilità ad una maggior efficacia dell’azione economica dei paesi dell’UE nel loro complesso.

    3. Porterebbe però anche a non migliorare, se non a peggiorare ulteriormente, nel breve periodo la situazione economica dei paesi che si troverebbero a subirne le decisioni (su cosa accadrebbe nel lungo, i sedicenti analisti non concordano). Per intenderci, se il ministero fosse guidato da un uomo di fiducia della signora Merkel, nel breve periodo la Grecia non diventerebbe El Dorado, e nemmeno l’Italia. Se però la presidenza fosse sottoposta ad elezione diretta o del Parlamento Europeo, ci si potrebbe anche trovare ad avere un Ministero di ispirazione social-democratica, e lo scenario potrebbe ribaltarsi.

    Come dici tu, se manca un’alternanza è a causa di una mancanza di spazio. E concordo col fatto che sarebbe cosa buona e giusta allargarlo, ad esempio appunto introducendo l’elezione diretta o indiretta tramite il PE di un Ministero centrale. Sarebbe già una vittoria, a prescindere dalla corrente che potrebbe poi prevalere, perchè si troverebbe posto anche per i comuni cittadini, rendendo l’Europa più democratica.

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