La solitudine delle potenze egemoni

ImmagineIl tempo delle vacanze è passato. Eccoci pronti a una nuova azione di forza, questa volta in terre siriane.

 

Abbiamo vissuto le vicende irachene, la repressione su Gaza, i rapporti tra occidente ed ONU con organizzazioni più o meno riconosciute di stampo musulmano; abbiamo guardato in tv la primavera araba (la quale sembra durare qualcosina in più rispetto ai quattro mesi canonici di una stagione). Abbiamo assistito a tutto questo senza riuscire a dare una valutazione generale, senza dar vita a una critica d’insieme. Solo piccole tessere di un mosaico. Non si è mai cercato di riconoscere il disegno finale, quel disegno che risponde al nome di Medio Oriente.

 

E allora via, non si può attendere, da quattro anni Assad ha aumentato il grado di repressione nelle terre di Damasco e ci si accorge che occorre un intervento. Un altro restauro su una singola tessera senza capire bene quale sia il mosaico  da creare.

 

La solitudine di una potenza egemone è il ritorno al passato, l’idea che siamo più vicini all’ombra di Bush jr rispetto alla mediazione che vorrebbe Hilary.

Intervenire in Siria, ma come?

Con forze militari di terra? Attraverso una no-fly zone? Tramite bombardamenti dagli avamposti in terre amiche? E soprattutto, agire per fare cosa?

 

Tra tutte queste domande forse sarebbe il caso di tenere uno spazio di riflessione per Turchia ed Israele. Poi c’è l ONU (se proprio vogliamo). L’europa ha una voce univoca oppure la solita disparità di pensieri? e questi spifferi dalla Russia cosa portano?

Sembra tutto cosi grande, cosi dispersivo. Si finisce per pensare a singole situazioni senza calibrare i numerosi fattori interni ed esterni che alimentano il fuoco delle terre mediorientali. Il tutto senza dichiarare ex ante le vere finalità dell’azione. 

 

Andiamo pure, sicuramente la Siria e il suo popolo meritano un futuro migliore di quello che stanno vivendo, però andiamo sapendo cosa fare. Forse anche ai più forti servirebbero alleati, idee e obiettivi più concreti e di ampia portata. Forse essere egemoni conta poco ai fini del risultato se l’obiettivo non è chiaro e condiviso.

La Siria ci dice un po’ di cosa (non) siamo

Rompo il silenzio vacanziero-agostano del blog per condividere con voi un paio di considerazioni. Con l’aggravarsi ulteriore della situazione umanitaria in Siria è abbastanza comune leggere o ascoltare critiche sulla mancanza di strategia da parte americana e, in modo anche superiore, da parte dei paesi europei. Ora, la strategia manca sicuramente, questo è innegabile, ma ho come la netta sensazione che più di tutto manchi qualcos’altro. Ai paesi europei, presi singolarmente e collettivamente, manca letteralmente un’anima, uno scopo, una definizione di quello che sono.

Provo a spiegarmi meglio. Per avere una strategia verso un’area è necessario avere prima di tutto cognizione di che cosa sei e di che cosa vuoi ottenere o proporre agli altri. Per anni l’Europa si è cullata nell’idea di essere un modello di democratizzazione/pacificazione; una forza di pace. Si trattava ovviamente di una visione alquanto parziale e, a guardarla col senno di poi, anche piuttosto ingenua. Si trattava, inoltre, di un’idea che produceva reazioni scomposte e strategie spesso indecifrabili e contraddittorie. Ciononostante, almeno era un’idea. Si poteva giustamente criticare l’assenza di una strategia ma si doveva riconoscere che esistesse una, per quanto flebile, definizione di quello che siamo.

In questo momento ho l’impressione che l’assenza di una qualche forma di strategia sia la logica conseguenza di un’incapacità di definirsi. Detto in modo brutale: qual è lo scopo ultimo dei paesi europei singolarmente o collettivamente presi? Stiamo insieme solamente per rispettare il fiscal compact? Stiamo insieme perché l’Euro è irreversibile? Insomma, negli ultimi anni si è sostanzialmente instaurata un’idea per cui gli stati europei “vivono alla giornata” e sono incapaci di pensare oltre al domani. Si affronta (spesso male per giunta) la crisi più calda tacendo quale sia la direzione ultima che si vuole prendere; si cancella sistematicamente lo scopo di insieme.

 Ecco, in questo scenario, criticare l’assenza di strategia verso la Siria è certamente corretto ma una simile critica coglie soltanto una parte del problema. Per avere una strategia bisognerebbe avere un fine da ottenere. Ma se il fine degli stati europei non va aldilà dei vincoli di bilancio del fiscal compact è dura pensare che questi possano avere una qualche forma di strategia. In conclusione, la Siria ci mostra piuttosto bene che il problema principale non è più solamente l’assenza di strategia ma una ben più profonda incapacità di darsi uno scopo.

Cinque minuti di Gazza

Questa sera si giocherà Inghilterra-Scozia, amichevole di ferragosto dal peso specifico rivedibile ma che mi ha fatto ritornare alla mente un episodio nitidissimo.

15 giugno 1996, Wembley trabocca per la nazionale dei Tre Leoni che affronta la Scozia nella prima giornata degli Europei. Qui si scende nel personale, perché Euro96 è il primo evento calcistico di livello che seguii con cognizione di causa (di Usa 94 ho sfocati ricordi, a parte JJ Okocha e Finidi George che scherzano Mussi e Benarrivo).

Spero che possiate cogliere la poesia di questo undici iniziale, del quale indico volutamente nomi e cognomi.

Inghilterra (4-4-2): David Seaman; Gary Neville, Tony Adams, Stuart Pearce, Gareth Southgate; Steve McManaman, Paul Ince, Paul Gascoigne, Darren Anderton; Alan Shearer, Teddy Sheringham. All.: Terry Venables.

Non l’Inghilterra più talentuosa di sempre (non c’era ancora lo Spice Boy, dalla panchina al massimo usciva uno splendido squilibrato mentale come Robbie Fowler), né quella più tattica (Terry Venables non passò alla storia come uno stratega cartaginese), anzi una squadra che contava più pinte e mezze pinte che punte e mezze punte. Però c’era questo signore qua.

Il mio capo al giornale un giorno mi disse che i gol visti a 8 anni non si dimenticano mai: probabilmente è vero, resta il fatto che quel lampo di Gazza alla Scozia per come penso io il calcio vale più di tutti i dribbling di Messi e dei gol di Cristiano Ronaldo che abbia potuto vedere in questi anni.

Facciamo così: ridatemi cinque minuti di Gazza, Tony Adams in maglia JVC, Alan Shearer al Blackburn, il governatore Ince con la maglia dell’Inter griffata Umbro, e in cambio vi regalo tutti i tatuaggi e le creste del pallone di oggi. Mi bastano cinque minuti.

The Wall ovvero lo spettacolo definitivo

Dal momento che ho un po’ di tempo per scrivere e che la questione B. vs Cassazione mi entusiasma meno di zero vorrei condividere con voi un paio delle sensazioni (forti) sul concerto di Roger Waters visto domenica a Roma. Invito Jack a completare quello che scrivo, visto che eravamo assieme sul prato dell’Olimpico.

Premettendo che il concerto dei Radiohead alle Cascine dello scorso anno aveva decisamente elevato il mio standard di concerto/opera d’arte, devo dire che c’è un solo aggettivo per descrivere lo spettacolo offerto da The Wall: definitivo. Non credo di esagerare molto. Personalmente non credo di aver mai provato qualcosa di simile durante un concerto o di fronte a uno spettacolo (perché si tratta di un’esperienza che va oltre la “semplice” esecuzione musicale).

Uno spettacolo commovente, con una prima parte semplicemente incredibile in cui, contemporaneamente al completamento dell’enorme muro di sfondo, scorrevano immagini di persone scomparse tragicamente (dai militari caduti nella Seconda Guerra Mondiale ai pompieri dell’11/9) accompagnate dal simbolismo che solo i Pink Floyd sapevano regalare. In alcuni momenti letteralmente mi perdevo con lo sguardo verso il palco (eravamo praticamente all’altezza del cerchio di centrocampo) mentre in altri, insieme ai miei carissimi compagni di avventura, ci fermavamo a fissare lo spettacolo delle tribune. Non so se sia dovuto alla particolarità dell’Olimpico, così largo da creare quasi un effetto arena se ti trovi come noi in mezzo al prato, ma si poteva realmente vedere e sentire l’empatia di tutte quelle persone con lo spettacolo che stavano guardando. Ecco, questa sensazione di empatia mista alla commozione credo sia stata la cosa più intensa dell’intero show.

Personalmente poi avevo gli occhi lucidi durante le quattro canzoni che vi allego nel video, ma questo è legato principalmente a una mia particolare predilezione per quella parte di album. Il momento esatto in cui finisce Bring the Boys Back Home e inizia Comfortably Numb è, credo,  il momento musicale più alto che abbia mai toccato.