Ancora sulla Siria – Do nothing is not a strategy

Siccome tutto cambia molto rapidamente, e la portata di alcuni eventi è di peso enorme, preciso che quando scrivo siamo ancora in attesa del voto del Congresso americano sull’intervento armato in Siria, come richiesto da Obama.

Ora: l’intelligence americana, francese, britannica, turca e israeliana conferma l’uso di gas Sarin da parte di Assad nei confronti della propria popolazione. Tra cui 426 bambini, morti per l’uso di gas. E non cambierebbe nulla se fossero 4 o 4.000. E’ accettabile questa cosa? E’ accettabile tollerare una così palese violazione della convenzione di Parigi? Che messaggio arriverebbe agli altri attori regionali e globali, se fosse lasciata passare l’escalation di Bashar el Assad, sostenuto da Putin e da Khomenei?

Ho letto decine di articoli, analisi, scenari, da entrambe le parti. E non posso non pensare che la comunità internazionale debba intervenire. Umanitariamente, poiché c’è già un milione di profughi. Politicamente, ma qui le cose si fanno difficili. Chi deve intervenire? Il Consiglio di Sicurezza è bloccato dall’opposizione di Russia e Cina, quindi non se ne caverà nulla. Non ci sarà una risoluzione Onu. Ma d’altra parte non c’era neppure in Kosovo, e questo non fermò Blair, Clinton e gli altri dal salvare 100mila vite umane. Per fortuna, aggiungo.

Credo che il raid contro gli obiettivi strategici sia un passo da compiere. Per non lasciare impunito un crimine umanitario. So benissimo che non c’è un vero e proprio obiettivo politico: se ci fosse stata un’alternativa valida, il regime change sarebbe stata un’opzione sul tavolo. Ma così non è. Non sono così ingenuo da pensare che un intervento non possa scatenare un’escalation nella regione, visti i molteplici intrecci che legano Siria a Libano, Hezbollah, Iran e Russia. Ma credo che non fare nulla sia ancora peggio.

Per questo sono dalla parte di Barack Obama. Di François Hollande. Dalla parte di una sinistra che non chiude gli occhi di fronte ai massacri e che non si nasconde in un pacifismo ipocrita (“lasciamoli scannare tra di loro”) o gomblottista (“ecco l’imperialismo americano”). E sono doppiamente deluso da Emma Bonino, una che è sempre pronta a manifestare per i diritti umani, ma che quando potrebbe davvero incidere si trincera dietro all’Onu e agli scioperi della fame.

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2 pensieri su “Ancora sulla Siria – Do nothing is not a strategy

  1. Riflettevo, su due punti. La situazione siriana è degenerata nel 2011. tempo di primarie negli States, forse la visione è cambiata sul MO. Comunque questa linea d’azione perchè non esisteva in precedenza?.
    Secondo punto, Hollande è l’erede e il rappresentante di uno Stato che quelle terre le ha governate. Il capo dell’opposizione siriana è stato ricevuto a Parigi, da quell’incontro, Francois ha rivoluzionato il suo pensiero. Dalla “necessità” di intervenire alla “necessità di percorrere ogni strada politica possibile”.
    L’agire, per di più in solitaria, mi fa titubare nonostante l’effettiva mostruosità degli orrori siriani.
    Si rischia una vittoria di pirro. La falsa vittoria, non sarebbe una sconfitta per il modello istituzionale internazionale? credo che la risposta sia implicita.
    Avanti, ma ogni passo sembra sbagliato. Intervenire in casa altrui, senza l’invito porta sempre effetti indesiderati.

  2. “…Ora: l’intelligence americana, francese, britannica, turca e israeliana conferma l’uso di gas Sarin da parte di Assad nei confronti della propria popolazione….”.

    Il piano era già noto da gennaio; essendo stato sbandierato dal Daily Mail, è finito nel cassetto per un po di tempo. Ora riemerge e viene utilizzato, i cittadini sono smemorati. La cosa strana, davvero strana per me, è l’inutilità di questo campo di battaglia: non c’è nulla da vincere, e la situazione sul terreno sarà ovviamente ingestibile. Forse, dopo le fesserie commesse in Iraq ed Afghanistan dovevano solo trovarne un’altra.

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