Road to Cuba..1962. Siria e Cuba, due casi simili?

L’evoluzione degli eventi in Siria non permette di fare previsioni con un reale fondamento; tuttavia, provando a riflettere, qualche conclusione, forse altrettanto azzardata, si può trarre. In un precedente articolo avevo stigmatizzato le possibilità di riuscita di un intervento “limitato” alla sola distruzione delle armi chimiche da parte statunitense (e della coalizione che eventualmente li sosterrà). Da un lato, difatti, non si capisce quale sia la ratio politica di punire Assad per aver sorpassato la ormai celeberrima “linea rossa” senza spingersi in un regime change (e quindi la cacciata del dittatore): si punirebbe l’(eventuale) uso di armi chimiche, ma Assad resterebbe al comando dell’esercito e potrebbe sfruttare un effetto rally around the flag che lo rafforzerebbe specie tra quelle minoranze che dipendono dall’attuale regime per sopravvivere. Dall’altro lato la Russia, memore del caso libico (si ricorderà che da una no fly zone approvata in seno al Consiglio di Sicurezza si arrivò al bombardamento delle postazioni del regime invocando la cosiddetta Responsibility to Protect, R2P), non solo non concederebbe il proprio assenso a una qualsiasi forma di attacco al regime siriano, ma recentemente, per bocca del presidente Putin, si renderebbe disponibile a difendere la Siria da qualsiasi offensiva di Washington.

Questo secondo punto ci porta ad un parallelo probabilmente molto azzardato, ma che non risulta poi improponibile. La crisi cubana del 1962. È superfluo soffermarsi sulle enormi differenze relative al contesto politico nelle quali si innestano le situazioni di Damasco e L’Avana; mondi diversi, regimi diversi, diversa concezione di potenza, diversa disponibilità all’uso di armi di distruzione di massa etc. Non serve andare oltre. Ciò nonostante, appare curioso un parallelismo. Toccherà agli Stati Uniti – nel caso siriano al Congresso, nel caso cubano al gabinetto di J.F. Kennedy – andare a scoprire le carte russe, ossia testare la disponibilità alla difesa di un alleato in un contesto ancora chiave per gli equilibri politici mondiali, il Medio Oriente. Kennedy, utilizzando una metafora del poker, decise di “vedere” il gioco russo e scoprì il bluff di Chruščёv, costringendolo ad una rovinosa sconfitta politica. La storia si ripete: cosa farà la Russia in caso di attacco?

Questa domanda nasconde un trabocchetto; perché sottintende che, qualora gli Stati Uniti attacchino, la Russia abbia due opzioni, una vincente ed una perdente. Quella vincente, cioè la dimostrazione che Mosca non sta bluffando, implicherebbe rimanere coerenti all’impegno difensivo e rispondere agli USA; quella perdente implicherebbe perdere la faccia davanti alla società internazionale e perdere il piatto a causa del bluff.

Io non credo che si possa utilizzare un dualismo vincente/perdente in questo caso per due motivi. Uno di ordine diplomatico: Putin e il ministro degli esteri russi, Lavrov, si sono mossi con astuzia e prudenza – quella “positiva prudenza” che riconosc(ev)o ad Obama prima del caso siriano – facendosi percepire sì come una potenza dello status quo, quindi desiderosa di conservare il regime brutale di Assad, ma anche come uno Stato disponibile ad intavolare una trattativa politica per cercare di porre un limite all’escalation di violenza in Siria. Le ultime dichiarazioni di Lavrov su una disponibilità di Mosca al controllo delle armi chimiche di Damasco si muove in questa direzione. Vere o meno, importa relativamente dal punto di vista russo. Putin ha rimesso ad Obama il compito di scartare questa opzione politica e concentrarsi sull’azione militare. Il secondo motivo è di ordine politico: in caso di attacco la Russia, avanzando ipotesi di soluzioni politiche concernenti  l’uso di armi chimiche da parte di Assad, ha lasciato gli Stati Uniti di fronte alla possibilità di scoprire il bluff, ma solo agendo unilateralmente ed in violazione del diritto internazionale (eccezion fatta per un’eventuale invocazione del concetto di Responsibility to Protect, una norma internazionale che, secondo Charles Landow su Foreign Policy, necessità di revisioni radicali per la sua scarsa efficacia).

In conclusione, siamo  di nuovo davanti ad una partita di poker, giocata come nel 1961 a Cuba? A mio avviso, no. Questo perché se Putin non bluffa le conseguenze sarebbero catastrofiche e la responsabilità ricadrebbe in gran parte sugli Stati Uniti; se bluffa, tuttavia, non ci sarebbe vittoria per gli Stati Uniti, che sarebbero accusati di “neoimperialismo” e di violazione del diritto internazionale. Un diritto valevole solo in determinate circostanze, ma malleabile quando gli interessi statunitensi sono in gioco (si prenda il caso dell’aereo presidenziale di Evo Morales perquisito in spregio ad ogni norma di inviolabilità della sovranità): un’accusa forse ingenerosa, ma con fondamenta storiche abbastanza solide.

La strategia degli Stati Uniti sarebbe quindi doppiamente perdente in caso di attacco; in caso contrario, scegliendo di non attaccare, Obama forse “perderebbe la faccia” prestando il fianco alle accuse di debolezza ed indecisione da parte dei conservatori (a cui però Obama ha furbescamente lasciato l’onere di schierarsi con il voto al Congresso). Ma è preferibile una sconfitta morale e una parziale sconfitta diplomatica che testare la propria potenza militare in una polveriera che tanto assomiglia a quella dei Balcani di cento anni fa.

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