Proposta condivisa

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La necessità di avere governi stabili e capaci di operare nel pieno delle loro funzioni è un’esigenza concreta del nostro Paese.

Con il fine di rispondere a questa problematica, quattro importanti politologi si sono uniti per proporre l’adozione di un sistema elettorale completamente diverso dall’attuale porcellum.

Giovanni Sartori, Piero Ignazi, Luciano Bardi e Oreste Massari, suggeriscono l’adozione di questo sistema elettorale. Già utilizzato in Francia, non attribuisce alcun premio di maggioranza e quindi non distorce il rapporto tra voti ottenuti e seggi attribuiti.

Si tratta di un maggioritario a doppio turno, basato sui collegi. Interessante la soglia di sbarramento proposta: 15 per cento; cifra assai alta per le nostre abitudini e per il numero elevato di pretendenti alle elezioni politiche italiane.

I vantaggi di questo sistema di voto, che questo blog appoggia, sono diversi. Una naturale diminuzione numerica dei partiti candidati, una quantità di voti in valori assoluti maggiore per chi riuscisse a ottenere il mandato popolare, la prospettiva di formare coalizioni o accordi prima del secondo turno di voto.

Nonostante questo sistema non risponde alle esigenze primarie di molte forze politiche, è proprio per la sua semplicità e trasparenza che vogliamo appoggiarlo e condividerlo. Con la speranza di riuscire a garantire legislature salde e meno corruttibili, con l’obiettivo di riuscire a identificare fin dalla partenza chi ha vinto e chi ha perso. Dando possibilità di alternanza tra gli schieramenti e rafforzando la vicinanza tra elettore e eletti, il maggioritario a doppio turno, ci sembra la risposta migliore per l’Italia.

La politica estera italiana ai tempi di Gasparri

Maurizio Gasparri, l’ex presidente del Gruppo Parlamentare del Popolo della Libertà durante l’ultimo governo Berlusconi, di recente ha dichiarato a Radio1 che è necessario fare “un’autocritica” sull’intervento libico, all’indomani del sequestro lampo del primo ministro Ali Zeidan. L’autocritica è la seguente: Sarkozy e Obama avrebbero “trascinato” (testuale) l’Italia in un conflitto che, al posto della democrazia, ha ingenerato una lotta fratricida tra fazioni e clan.

Gasparri, ovviamente, non ricorda che furono la Francia e la Gran Bretagna in primis a favorire l’intervento libico e solo in seconda battuta gli Stati Uniti, riluttanti ad immischiarsi nella “questione Gheddafi” (probabilmente memori anche del fallito attentato voluto da Reagan nei confronti del colonnello libico), intervennero a sostegno della “coalizione dei volenterosi”, di cui anche l’Italia faceva parte.

Prescindendo dal fatto che, una volta approvata la no-fly zone in Consiglio di Sicurezza con le astensioni di Russia e Cina, il conflitto si sia radicalmente trasformato in una caccia ai lealisti causando la reazione di Pechino e soprattutto Mosca, va rilevato che l’Italia non ha lesinato il proprio sostegno sia alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza sia all’ampliamento della missione.

È possibile concordare che l’intervento libico sia stato politicamente un successo nell’immediato a livello di opinione pubblica all’interno dei paesi promotori dell’intervento, ma che nel lungo periodo un “non-stato” come quello libico non avrebbe potuto reggere la conflittualità presente all’interno della società (sempre che di società si possa parlare in Libia, dove la struttura clanica è dominante nei rapporti politici). Tuttavia, non si capisce quale sia “l’autocritica” che l’Italia dovrebbe fare, se i bersagli di Gasparri sono il presidente statunitense e l’ex capo di Stato francese. Non si sarebbe dovuto espandere la missione o non si sarebbe dovuto essere d’accordo con la no-fly zone? L’Italia avrebbe dovuto schierarsi con Gheddafi e non con i ribelli come sembrava paventare un Berlusconi piuttosto titubante all’epoca?

Ma, soprattutto, qual è il significato della parola “trascinare”?

Gasparri con quella parola sembra sottintendere che Italia sia così debole nello scacchiere mediterraneo da aver bisogno di seguire gli alleati europei (Francia) e atlantici (USA) perché incapace di avere una posizione propria nella sua ex-colonia. Questo è il senso della parola trascinare, così come l’ha intesa Gasparri. E se questa è la strategicità della politica estera per il Presidente dei parlamentari dell’allora più grande partito italiano, gli interrogativi sulla capacità di proiezione italiana in campo internazionale non sono solo pressanti, ma rivelano il tremendo analfabetismo in materia di politici “navigati”. Siamo intervenuti in Libia per il cosiddetto “effetto gregge” (l’herd behaviour) quindi e forse per paura di perdere qualche contratto dell’Eni a favore dei concorrenti continentali: ma se i Gasparri di turno sapevano delle difficoltà nella tenuta dello Stato libico una volta venuto meno Gheddafi, come peraltro molti analisti già allora avevano segnalato, perché abbiamo dato l’assenso all’intervento e abbiamo riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) libico subito dopo Francia, Qatar e Maldive e prima degli Stati Uniti?

Tale interpretazione peraltro giustifica il fatto che l’Italia non abbia avuto indipendenza di giudizio sulla questione libica e abbia “tradito” un alleato ricevuto in pompa magna a Roma, al solo scopo di impedire lo sbarco di immigrati sulle coste italiane (accordo che secondo Amnesty venne sottoscritto dopo la morte di Gheddafi dall’allora ministro Cancellieri e dal leader del CNT Jalil) .

La realtà, purtroppo, è che i Governi Berlusconi oltre ad un bilateralismo di facciata e i millantati successi in campo internazionale (al fine di legittimarsi nell’arena domestica) non hanno saputo andare. La politica estera era sostanzialmente senza una strategia di fondo né un ideale che la potesse guidare. E questi sono gli sconfortanti risultati: muoviamo guerra contro uno Stato per non essere da meno agli altri. E ci facciamo trascinare come una barca a vela nel Mediterraneo. Un quadro oltremodo desolante per chi partecipa al G8 e al G20, quale ottava potenza economica mondiale.

Scorci di periferia europea: Bucarest

Leggo su wikipedia che la Romania è entrata in Europa nel 2007. Me l’avessero chiesto a bruciapelo, ammetto che non avrei saputo rispondere con tanta precisione. Eppure ho un vago ricordo dell’evento. Al tempo facebook e twitter erano ancora considerati dal mainstream diavolerie per fissati. Le immagini di tramonti photoshoppati accompagnate da massime di vita un tanto al chilo che oggi affollano le bacheche, allora erano affidate a power point e spammate nell’etere sotto forma di catene di Sant’Antonio. Tanto sgradevoli quanto efficaci. Ricordo che una di queste raccoglieva foto di situazioni improbabili e assurde, come macchine ammassate una sull’altra sui marciapiedi, o asini caricati fino all’inverosimile trascinati dal padrone su strade asfaltate. Il titolo era pressappoco così: «Ma come ha fatto la Romania ad entrare in Europa?».

Io della Romania ho visto solo la capitale, e per giunta non vi sono rimasto che qualche giorno, quindi un giudizio da parte mia sarebbe quantomeno azzardato. Eppure è bastato a ricavarne qualche impressione, che mi piacerebbe condividere, anche perché Bucarest non rientra fra le mete più battute dai viaggiatori.

Non voglio fare il resoconto di un viaggio, che probabilmente interesserebbe a pochi. Mi limiterò a due flash, che non vogliono essere rappresentativi di nulla, ma che sono rimasti particolarmente impressi nella mia memoria.

I tassisti – La rete di trasporti cittadina è relativamente sviluppata rispetto agli altri servizi, e non è da considerarsi poi tanto indietro rispetto a città considerate «molto europee» come Bruxelles. Eppure, complici i costi ridotti, i taxi sono ovunque. Il tassista medio, in realtà, è piuttosto riluttante a scarrozzarvi in giro per la città. Una volta fatto il gesto di salire, dovrete discuterci non poco in Itarumenglese, per convincerlo a portarvi dove volete. Spesso non avrà idea di dove volete andare, e questo basterà a farlo desistere dallo sforzo, anche se vi offrite di mostrargli il posto su una cartina. Al limite, in uno slancio di efficienza, potrebbe chiamare un amico o un collega per chiedergli se ha mai sentito parlare di una certa strada Orzari, ma se questo gli risponderà picche, vi inviterà neanche troppo gentilmente a scendere dal taxi. Se piove, il tassista si rifiuterà spesso di farvi entrare, e questo vale anche, anzi soprattutto, per gli autoctoni. La stessa cosa accade dopo le 23, quando le metropolitane chiudono. Gente del posto mi ha spiegato in seguito che i tassisti sanno perfettamente che possono trovare a breve qualcuno vestito meglio di voi a cui sparare cifre assurde, ma ragionevoli per un portafoglio occidentale. Se la stessa cosa viene proposta a voi, e gli indicate il tassametro facendogli capire «Questo sta lì per arredamento?», non esiterà a mandarvi a quel paese. Ma la cosa peggiore che può capitarvi è che effettivamente decida di accompagnarvi. La maggior parte dei tassisti che ho visto a Bucarest fa tutto tranne guidare. Molti taxi sono inspiegabilmente muniti di tablet (anche più di uno) e altre attrezzature ad alta tecnologia, che teoricamente dovrebbero fungere da navigatore, ma raramente vengono destinati a tale scopo. Questo farà sì che il tassista medio, mentre guida, si tenga impegnato scrivendo messaggi sul touchscreen, chiamando amici, o addirittura guardando film. Con risultati prevedibili.

Sossoldi – Sarà la barba e il capello lungo, sarà la mancanza del triangolo zainetto-cartina-fotocamera, sarà che di turisti a Bucarest non se ne vedono tanti, ma sono stato identificato più spesso come studente Erasmus o come rumeno (sempre che non aprissi bocca), che come turista. Questo, forse, ha fatto sì che venissi visto meno come l’asiatico di turno a cui presentare conti da 300 euro al ristorante, «tanto non capisce il cambio». Eppure, a meno che non siate in uno dei pochi negozi «all’occidentale», non aspettatevi il resto quando pagate una cena o un taxi. Il resto è mancia, sempre. Vi direi che conviene dunque girare con banconote di piccolo taglio, ma agli uffici di cambio non sarà facile ottenerle. Una volta sono riuscito a rimediare una moneta da 10 centesimi (circa 2 cent nostri). Visto che il conto del taxi era di 7,08 Lei (la moneta locale), sono riuscito ad evitare di pagare con la banconota da 10, per poi non vedermi restituire il resto, e ho dato 7,10. Per tutta risposta il tassista, sdegnato, ha aperto lo sportello e ha lanciato la monetina per strada.

Insomma, la Romania è considerata un po’ la periferia d’Europa, accettata nell’UE solo per poter ampliare il mercato tedesco, come molte altre ex Repubbliche sovietiche. Anzi peggio, visto che da noi i rumeni sono spesso associati a concetti quali rom, lavavetri, topi d’appartamento, Zingarhimovic e, last but not least, Spacco bottilia, ammazzo familia.

Eppure, nonostante tutto, camminando per le strade di Bucarest, il traffico anarchico, i cimiteri di cacche di cane sui marciapiedi, una rete di servizi decisamente insufficiente ai bisogni della popolazione (basti dire che il sistema fognario ha ceduto dopo una sola giornata di pioggia), il fumo nei locali pubblici, le statue di lupe con le mammelle accentuate… più che l’immagine di un paese del terzo mondo hanno evocato in me il ricordo delle nostre città in un passato non così lontano.

Lasciandomi la convinzione che non sono loro ad essere poco europei, siamo noi che siamo diventati un po’ più tedeschi.