Scorci di periferia europea: Bucarest

Leggo su wikipedia che la Romania è entrata in Europa nel 2007. Me l’avessero chiesto a bruciapelo, ammetto che non avrei saputo rispondere con tanta precisione. Eppure ho un vago ricordo dell’evento. Al tempo facebook e twitter erano ancora considerati dal mainstream diavolerie per fissati. Le immagini di tramonti photoshoppati accompagnate da massime di vita un tanto al chilo che oggi affollano le bacheche, allora erano affidate a power point e spammate nell’etere sotto forma di catene di Sant’Antonio. Tanto sgradevoli quanto efficaci. Ricordo che una di queste raccoglieva foto di situazioni improbabili e assurde, come macchine ammassate una sull’altra sui marciapiedi, o asini caricati fino all’inverosimile trascinati dal padrone su strade asfaltate. Il titolo era pressappoco così: «Ma come ha fatto la Romania ad entrare in Europa?».

Io della Romania ho visto solo la capitale, e per giunta non vi sono rimasto che qualche giorno, quindi un giudizio da parte mia sarebbe quantomeno azzardato. Eppure è bastato a ricavarne qualche impressione, che mi piacerebbe condividere, anche perché Bucarest non rientra fra le mete più battute dai viaggiatori.

Non voglio fare il resoconto di un viaggio, che probabilmente interesserebbe a pochi. Mi limiterò a due flash, che non vogliono essere rappresentativi di nulla, ma che sono rimasti particolarmente impressi nella mia memoria.

I tassisti – La rete di trasporti cittadina è relativamente sviluppata rispetto agli altri servizi, e non è da considerarsi poi tanto indietro rispetto a città considerate «molto europee» come Bruxelles. Eppure, complici i costi ridotti, i taxi sono ovunque. Il tassista medio, in realtà, è piuttosto riluttante a scarrozzarvi in giro per la città. Una volta fatto il gesto di salire, dovrete discuterci non poco in Itarumenglese, per convincerlo a portarvi dove volete. Spesso non avrà idea di dove volete andare, e questo basterà a farlo desistere dallo sforzo, anche se vi offrite di mostrargli il posto su una cartina. Al limite, in uno slancio di efficienza, potrebbe chiamare un amico o un collega per chiedergli se ha mai sentito parlare di una certa strada Orzari, ma se questo gli risponderà picche, vi inviterà neanche troppo gentilmente a scendere dal taxi. Se piove, il tassista si rifiuterà spesso di farvi entrare, e questo vale anche, anzi soprattutto, per gli autoctoni. La stessa cosa accade dopo le 23, quando le metropolitane chiudono. Gente del posto mi ha spiegato in seguito che i tassisti sanno perfettamente che possono trovare a breve qualcuno vestito meglio di voi a cui sparare cifre assurde, ma ragionevoli per un portafoglio occidentale. Se la stessa cosa viene proposta a voi, e gli indicate il tassametro facendogli capire «Questo sta lì per arredamento?», non esiterà a mandarvi a quel paese. Ma la cosa peggiore che può capitarvi è che effettivamente decida di accompagnarvi. La maggior parte dei tassisti che ho visto a Bucarest fa tutto tranne guidare. Molti taxi sono inspiegabilmente muniti di tablet (anche più di uno) e altre attrezzature ad alta tecnologia, che teoricamente dovrebbero fungere da navigatore, ma raramente vengono destinati a tale scopo. Questo farà sì che il tassista medio, mentre guida, si tenga impegnato scrivendo messaggi sul touchscreen, chiamando amici, o addirittura guardando film. Con risultati prevedibili.

Sossoldi – Sarà la barba e il capello lungo, sarà la mancanza del triangolo zainetto-cartina-fotocamera, sarà che di turisti a Bucarest non se ne vedono tanti, ma sono stato identificato più spesso come studente Erasmus o come rumeno (sempre che non aprissi bocca), che come turista. Questo, forse, ha fatto sì che venissi visto meno come l’asiatico di turno a cui presentare conti da 300 euro al ristorante, «tanto non capisce il cambio». Eppure, a meno che non siate in uno dei pochi negozi «all’occidentale», non aspettatevi il resto quando pagate una cena o un taxi. Il resto è mancia, sempre. Vi direi che conviene dunque girare con banconote di piccolo taglio, ma agli uffici di cambio non sarà facile ottenerle. Una volta sono riuscito a rimediare una moneta da 10 centesimi (circa 2 cent nostri). Visto che il conto del taxi era di 7,08 Lei (la moneta locale), sono riuscito ad evitare di pagare con la banconota da 10, per poi non vedermi restituire il resto, e ho dato 7,10. Per tutta risposta il tassista, sdegnato, ha aperto lo sportello e ha lanciato la monetina per strada.

Insomma, la Romania è considerata un po’ la periferia d’Europa, accettata nell’UE solo per poter ampliare il mercato tedesco, come molte altre ex Repubbliche sovietiche. Anzi peggio, visto che da noi i rumeni sono spesso associati a concetti quali rom, lavavetri, topi d’appartamento, Zingarhimovic e, last but not least, Spacco bottilia, ammazzo familia.

Eppure, nonostante tutto, camminando per le strade di Bucarest, il traffico anarchico, i cimiteri di cacche di cane sui marciapiedi, una rete di servizi decisamente insufficiente ai bisogni della popolazione (basti dire che il sistema fognario ha ceduto dopo una sola giornata di pioggia), il fumo nei locali pubblici, le statue di lupe con le mammelle accentuate… più che l’immagine di un paese del terzo mondo hanno evocato in me il ricordo delle nostre città in un passato non così lontano.

Lasciandomi la convinzione che non sono loro ad essere poco europei, siamo noi che siamo diventati un po’ più tedeschi.

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