Prologo ed epilogo di una storia come tante

John Smith lanciò un’occhiata nervosa alla finestra. Dai lampioni in strada filtrava una luce fioca che lasciava intravedere le sue sopracciglia aggrottate. John Smith si ritrasse istintivamente, quasi per nascondersi dagli sguardi indiscreti. Eppure nella penombra del suo studio, era solo. Lui e il ticchettio del suo orologio. Quadrante analogico, cinturino marrone, un po’ rovinato intorno alla fibbia. Era piccolo, ma allacciato al suo polso magro, pareva enorme. Gli piaceva quell’orologio, era il suo talismano. Eppure non lo metteva spesso. «Se tutti i giorni avessi fortuna, smetterei di apprezzarla», amava ripetere scherzosamente. John Smith cercò una penna a scatto sulla sua scrivania, una di quelle con cui giocava nervosamente quando pensava. All’improvviso si sentì una voce provenire da fuori. Era una specie di canzone stonata, una di quelle che intonano gli ubriachi di ritorno dall’osteria.

Oh le le, oh la la, faccela vedé…

Era il segnale. John Smith si alzò di scatto. Infilò con un gesto meccanico il pesante cappotto nero poggiato su una sedia e prese la porta. Scese i gradini velocemente. Appena prima di uscire, indugiò un momento nella sua immagine riflessa sulla porta in vetro del palazzo. Si sistemò il nodo alla cravatta e cercò di assumere un’espressione indifferente. L’uomo che fino a poco prima stava cantando, ora era appoggiato ad una macchina blu scuro. Quando lo vide, John Smith accelerò il passo, e senza dire una parola, entrò dallo sportello posteriore, accanto al marciapiede. Il viaggio fu silenzioso e senza tempo. Fino a quando l’auto imboccò un cancello tanto elegante quanto imponente, e dopo aver percorso un breve vialetto in ghiaia, si fermò. John Smith scese, e prese a camminare verso la grande porta in legno. Era stato lì solo una volta, ma conosceva la strada. Ad attenderlo sulla soglia, c’era un vecchio con le mani in tasca e un golfino scuro.

– Ti stavo aspettando, entra –  gli suggerì, pacato. John abbozzò un sorriso impacciato e si fece avanti.

– Fa freddo fuori. Vieni a scaldarti di fronte al camino – lo incalzò il vecchio.

– Lo sai che non dovrei essere qui – gli rispose John, cercando di darsi un tono.

– Ma ormai ci sei, e nessuno ti giudicherà male per aver saputo apprezzare un whisky invecchiato al punto giusto.

Senza aspettare una risposta, il vecchio voltò le spalle, e fece strada lungo un enorme corridoio. John Smith ricordava di essere rimasto affascinato da quella casa la prima volta che ci era stato, ma ora era troppo nervoso per dare importanza all’arredamento. Arrivato a destinazione, si adagiò su una delle poltrone di fronte al camino. Il crepitio del fuoco, seppur discreto, gli sembrava assordante.

– Un tempo, qui le persone andavano e venivano. Passeggiando in giardino potevi sentire la musica, le risa, il profumo della spensieratezza. Oggi… beh, dovrai accontentarti – disse il vecchio brandendo una bottiglia dal colore dorato.

– Lo sai che non sono qui per fare festa – rispose John impaziente.

– Lo so, lo so… – rispose il vecchio porgendogli un bicchiere. Stancamente, si avvicinò alla libreria, e prese una chiave dalla tasca sinistra. Aprì uno degli sportelli in basso, e ne tirò fuori una valigetta nera.

– Sei qui per questa, vero? – John Smith non rispose. – Quello che ancora non ho capito è perché la vuoi così tanto.

– Perché sono stanco di essere una nullità – sibilò John digrignando i denti.

– Davvero? Eppure sei un uomo dall’intelletto raffinato, che conosce la differenza fra vestire e coprirsi, un capitano di vascello. Qualcuno ti considera una persona di successo. Cosa vuoi più di questo? – chiese il vecchio, con un ghigno beffardo.

– Voglio essere ricordato! – sbottò John scattando in pedi – Voglio i libri di storia! Voglio i ritratti nei corridoi che contano! Voglio…! – John si rese conto che stava urlando. Imbarazzato, tornò a sedersi, chinando il capo – Voglio quello che hai avuto tu.

Il vecchio, soddisfatto, andò a sedersi accanto a lui. Posò la valigetta sul tavolino e riprese a parlare.

– Anch’io ero come te un tempo. Indisciplinato, impaziente, volevo prendermi tutto e lo volevo subito. A conti fatti direi che ci sono riuscito – il vecchio fece una pausa per sorseggiare il suo whisky – Ho avuto più di quanto mi avevano detto si potesse avere, ho vissuto più di quanto immaginavo si potesse vivere. Ma più vivevo e più mi attiravo le gelosie altrui. Ogni giorno della mia vita, mentre mi riempivo gli occhi della bellezza che mi circondava, una parte di me sapeva che in qualche angolo buio di questo paese ipocrita, qualcuno mi derideva, mi insultava, tramava alle mie spalle. Eppure pensavo lo stesso di essere invincibile, pensavo sarebbe durato per sempre, finché…

Un altro sorso, questa volta più lungo. John avrebbe giurato che gli si erano inumiditi gli occhi.

– Credono che avermi distrutto rimetterà le cose a posto. Hanno sempre creduto che il problema fossi io. Le persone guardano l’uomo, non la valigetta che porta, né quello che contiene. Le persone vedono quello che vogliono vedere.

Quasi senza accorgersene, allungò il braccio verso quell’oggetto dall’aria mistica. Le sue dita rugose ne sfiorarono per un attimo il bordo ruvido e opaco, eppure così lucente allo stesso tempo.  Per un attimo il suo viso si era illuminato. Ma forse era solo il riflesso che veniva dal camino. Il vecchio ritrasse la mano.

– E io? Io ho creato offerta là dove c’era domanda. Ho obbedito all’unica vera legge naturale: quella di mercato. In fondo, sono solo il loro capro espiatorio. Rifiutando me, mortificano loro stessi.

Il vecchio non disse più nulla, lo sguardo perso nel fuoco, che danzava per lui. John Smith posò sul tavolino il bicchiere ancora pieno, prese la valigetta, e si avviò verso la porta. D’un tratto si fermò, tolse con cura l’orologio, e lo mise sulla libreria.

– Prendilo, a me non serve più.

Aperto il pesante portone in legno, entrò nella macchina con cui era arrivato. Ora era tranquillo, le sue mani non tremavano più, se mai l’avessero fatto. L’uomo che lo aveva accompagnato si rivolse a lui, per la prima volta.

– La riaccompagno a casa, signor Smith?

Ma l’uomo in valigetta e cravatta era assorto nei suoi pensieri e impiegò un po’ a rispondere.

– Non sono più John Smith.

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Il giorno dopo

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Ciò che riguarda la decadenza di Silvio Berlusconi non è la fine di un’era. Bene che vada si è concluso un capitolo, di un libro interminabile, chiamato “Politica Italiana”.

Il leader di Forza Italia è stato estromesso dal Senato per mano nostra, di tutti gli elettori. Siamo una democrazia rappresentativa e ciò che è successo, almeno a livello teorico, ha rispecchiato il volere popolare. Occorre però capire come la sconfitta di ieri non è attribuibile a un singolo leader. Abbiamo perso tutti, anche chi ha brindato, e la paura di rimanere incatenati ai mali del ventennio è tutt’altro che fievole o inesistente.

Dal 1993 lo “schiavismo sociale” verso il potere ha relegato milioni di cittadini, ad accorpare idee liberali, cattoliche, sociali e conservatrici in un’unica persona. Si è creato il vero male, il “berlusconismo”. Se proprio vogliamo generalizzare, possiamo dire che l’italiano è stato incapace di scindere la ragione dalle persone. Parliamo di un modo di fare che non è solo figlio della destra. Lo si è visto anche nel Pd, nell’estenuante difesa di personaggi incapaci di cambiare marcia nel momento del bisogno. Ora si parla di Alfano, di Marina Berlusconi e di altri imprenditori. Tutti papabili per assumere l’eredità di Berlusconi. Proprio questa ricerca del successore è l’evidente prova che i primi ad essere sconfitti siamo noi tutti.

Non dovrebbero essere nomi e cognomi a interessarci, ma idee e valori. Occupazione, Europa, Immigrazione, Sicurezza, Politica internazionale, Lavoro, sono questi i temi su cui c’è davvero bisogno di dibattito e confronto. Cosa significa essere di destra in Italia? Fino a ieri si era di destra se si votava Berlusconi. E oggi, vogliamo davvero fermarci ad argomentazioni legate la successione del Cavaliere?

L’italiano  è fermo su giornali che raccontano un capitolo terminato, guarda programmi tv che fin dalle prime ore del mattino stanno tutt’ora raccontando l’epilogo di un singolo. Aspettiamo il messia e perdiamo tempo. Come un gregge che non trova il suo pastore, siamo in balia del caso nell’attesa di una nuova stella cometa. Non possiamo essere solo questo, la politica è ben altro. Una società consapevole è ben altro.

In troppi sbagliano credendo che da ieri siano di colpo finiti tutti i mali della nostra società. E’ un errore. In tanti non volevano la decadenza di Berlusconi come senatore, cercavano la cancellazione di un modo di fare politica e scegliere la politica, che per nulla è stato scalfito. Se davvero si è contenti della decisione presa a Palazzo Madama, si faccia un passo avanti allontanando noi stessi dagli errori passati e facendo crescere la maturità politica nel dibattito attuale.

Lungimiranza cercasi

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Il tema della privatizzazione nel nostro Paese è da sempre gestito in maniera confusa.

In queste ultime ore Enrico Letta ha proposto una vendita di azioni possedute dallo Stato. Questo patrimonio si riferisce ad alcune importanti imprese come Eni, Fincantieri, Stm, Enav e Grandi stazioni. Secondo il premier la cessione di queste quote comporterebbe un ricavo di circa 10-12 miliardi di euro. L’entrata sarebbe gestita dallo Stato per “abbattere il debito pubblico”.

A parere di chi scrive, questa scelta del governo, rappresenta un mare di errori. Il primo errore è di natura numerica. Il debito italiano supera da mesi i 2.000 miliardi di euro. Appare impensabile scalfirlo con questa manovra. Solo gli interessi sul debito nel 2013 sono stimati in 84 miliardi. Il secondo errore è di natura concettuale. La privatizzazione (come la nazionalizzazione), è un meccanismo che dovrebbe essere utilizzato per aggiornare un settore economico in base alle esigenze del mercato e al periodo storico. La ristrutturazione dei bilanci nazionali non può essere un obiettivo soddisfacente. Alcune motivazioni sensate sono invece: la diminuzione dei costi, la responsabilizzazione dei privati verso il loro impegno e lo sviluppo di imprese più efficienti. E’ sbagliato vendere con il fine di indirizzare i proventi su altre questioni. La privatizzazione è ben altro.

Dopo aver chiarito per quali ragioni la dichiarazione del nostro capo di governo è opinabile numericamente e concettualmente, aggiungiamo anche il terzo tipo di errore, quello relativo alle strategie politiche. Il debito pubblico è un problema troppo grande e non può essere affrontato direttamente. Occorre semplicemente partire dalla situazione corrente cercando di migliorarla. Il denaro scarseggia e partendo dall’idea delle dismissioni, vanno ricercati quei settori e asset dove si può creare economia e produzione. Vendere azioni non genera a prescindere attività reali se non si richiede a chi acquista un attivismo imprenditoriale che moltiplichi i vantaggi a tutto il settore economico. La forza della privatizzazione non risiede nel denaro che si può ottenere subito ma nella capacità di sviluppare situazioni e strategie che abbiano ricadute positive nell’economia reale a medio e lungo termine. La sopravvivenza economica, la creazione di maggior offerta, un aumento occupazionale e una ripresa della domanda sono i risultati di politiche chiare e ad ampio raggio che andrebbero ricercate.

Per questi motivi le ultime dichiarazioni del governo mi lasciano perplesso. La scelta dell’esecutivo denuncia una limitata capacità di analisi che si manifesta con una strategia operativa poco incisiva. Combattere il debito significa aumentare l’avanzo primario dello Stato e le entrate straordinarie. I bilanci delle banche, che possiedono gran parte del passivo statale, vanno migliorati cercando una riqualificazione dei titoli italiani. Ciò consentirebbe un’apertura al credito, un aumento di fiducia verso lo Stato e una boccata d’ossigeno per le imprese che operano sul territorio. Fiducia e credito garantirebbero infatti la possibilità di diminuire la pressione fiscale creando terreno fertile per una ripresa della produzione dovuta a un abbassamento dei costi per le imprese.

Per tutti questi motivi le dismissioni non vanno trattate come operazioni una tantum da usare per coprire inutilmente il debito pubblico. La vendita andrebbe gestita attraverso decisioni programmate e mirate. L’azione di governo dovrebbe essere spinta dalla convinzione e dalla determinazione di avere come obiettivo finale un miglioramento sostanziale della realtà economica e non il semplice reperimento di 10-12 miliardi, inutili nella loro immensità.

Basilicata

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Erano 575.160 gli aventi diritto al voto alle elezioni in Basilicata. Dalle urne si è trovato il nome per il nuovo Presidente della regione.

I votanti: 47,6%. Vince la coalizione di centrosinistra con il 59,6% dei voti. I voti della coalizione guidata da Pittella sono stati  148.696. Questi voti rappresentano il 25,8 per cento degli aventi diritto. Appena un cittadino su quattro.

Mi piace Epifani, “questo voto premia la buona amministrazione sul territorio“. Chissà quali salti di gioia avrebbe fatto se la vittoria si fosse concretizzata con una partecipazione degna di una reale vicinanza ai cittadini.

Il Pd che non cambia verso con Epifani discendente di Pirro.

Mala-economia

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Nel 2013 la cassa integrazione sfiora gli 880 milioni di ore registrate nei primi dieci mesi, una mole tale che relega in cassa oltre 500 mila lavoratori a zero ore con un taglio del reddito per 3 miliardi e 300 milioni di euro, ovvero quasi 6 mila e 600 euro per ogni singolo lavoratore. E’ quanto emerge dalle rilevazioni Inps.

Dopo Procura, Guardia di Finanza e Consob, arriva anche la scure di Standard&Poor’s che declassa a spazzatura Telecom Italia, nonostante la mossa in extremis dei manager che nella notte hanno preso gli accordi per la cessione a Fintech di Telecom Argentina, per 960 milioni di dollari. Standard & Poor’s ha tagliato il rating di Telecom Italia da BBB- a BB+, ossia al livello ‘junk’ con prospettive (outlook) negative.

Alitalia. I numeri del nuovo piano industriale parlano di 2.500/2.600 persone in esubero: 1.300 sono i contratti a termine. Per il resto si tratta di 220 piloti, 400 stewart e 600/700 dipendenti fra il personale di terra.

Tre notizie, indipendenti l’una dall’altra ma sostanzialmente congiunte da una politica economica incapace di sostenere il Paese.

Anni di manager politicizzati, incompetenti. Il merito recluso nello scantinato, manca l’uguaglianza in partenza. Piani industriali progettati con il freno tirato.  Sostanziale incapacità di attirare capitali esteri proprio ora che una maggiore offerta potrebbe venire solo da un aumento della domanda. Chi offre lavoro è soffocato e strangolato dal fisco. Paura del mercato affiancata dalla stupida difesa ideologica della bandiera tricolore (però siamo tutti contenti di viaggiare con Ryanair a 15 euro). Sindacati obsoleti, lenti e fermi alle manifestazioni del primo maggio. Continuando così il giorno di festa per i lavoratori sarà semplicemente un evento per pochi intimi, i più, saranno in cassa integrazione.

Chi ha sbagliato più forte?

damilano

 

Chi ha sbagliato più forte, ultimo libro di Marco Damilano, non è solamente la storia dei 101 che hanno tradito Prodi ma qualcosa di più, qualcosa che riguarda da vicino tutti noi. Un libro che costituisce una psiconalisi collettiva del centrosinistra come lo abbiamo conosciuto negli ultimi vent’anni.

Personalmente ho trovato molto interessante la tesi sostenuta dal giornalista dell’Espresso per cui gli errori dell’ultimo ventennio sarebbero il risultato dello scontro tra  un’idea di centrosinistra legato indissolubilmente ai partiti (incarnata dai vari D’Alema e Marini) e quella ulivista/prodiana. Uno scontro trascinatosi dal 94 e culminato con la vicenda del Quirinale, vicenda che, peraltro, vede i suoi forti strascichi ancora adesso.

Ognuno di noi leggendo questo libro manterrà, probabilmente, le proprie convinzioni sulle cause che hanno portato al fallimento di una intera generazione di dirigenti della sinistra italiana. Ciononostante, credo che la sua lettura sia consigliabile per cominciare a fare una seria analisi dei motivi che hanno portato il pd al punto in cui è. Quello che rimane a tutti, indipendentemente dalle letture che si possano dare del passato e dalle idee per il futuro, è una grande amarezza per una grande occasione persa. Ognuno poi individui i suoi principali colpevoli.

 

Guardie e ladri

Ieri ho ricevuto una mail di Renzi. Mi è stata mandata in qualità di ex iscritto al PD. Accompagnata da una generale richiesta di sostegno, in nome del fatto che, come sindaco di Firenze «ciò che ho promesso, poi l’ho mantenuto», mi ha colpito in particolare una frase: «Oggi mi candido con una mozione titolata “L’Italia cambia verso”, che trovate sul sito www.matteorenzi.it».

Dal momento che mi sono ripromesso di votare alle primarie non in base alla persona, ma al progetto che propone per il paese, vado sul sito. Siccome ho talmente poco senso dell’orientamento, che riesco a perdermi anche nei siti web, mi imbatto prima in un video-discorso di Renzi registrato il 4 Novembre, in occasione della ricorrenza dell’alluvione che ha colpito Firenze nel ’66. Il discorso si apre sulla pedonalizzazione di un ponte, che avrebbe dovuto essere terminata per «lunedì», ma verrà rinviata a Gennaio

«Ironico», penso. Poi mi rendo conto che forse sono un po’ prevenuto e che se voglio valutare serenamente la suddetta mozione, devo leggerla con un altro spirito. Non so se ci sono riuscito, e invito chiunque abbia tempo e voglia, a leggerla ed eventualmente a correggermi.

Passo velocemente attraverso Il punto 1, in cui sono riassunti alcuni dei cavalli di battaglia della filosofia renziana, fra cui la necessità di prendere i voti di centrodestra e M5S, riprendendo alcune delle loro tematiche. Agrodolce, mi passa per la testa l’assurdo pensiero di Renzi che si candida nella SPD in Germania alle elezioni del ’32 con lo slogan «Deportiamo gli ebrei, ma su treni di prima classe, perché siamo di sinistra». Il «progetto serenità» non sta andando molto bene, cerco di ricompormi.

Arrivo quindi al punto 2, che si intitola «Il PD deve cambiare verso all’Italia». Ci sono. Si struttura in 8 punti, e mi piacerebbe ripercorrerli brevemente.

1.  Tutti devono cambiare. Le cose vanno male. «Occorre cambiare verso [perché] l’Italia ha risorse per farcela». Una buona e condivisibile introduzione.

2.  Semplicità. Il PD deve proporre una riforma del fisco, della giustizia, della pubblica amministrazione, discussi con circoli, amministratori, parlamentari, e aperti alla discussione. Queste riforme devono essere orientate a semplificare la burocrazia. L’unica proposta concreta si riduce al «non chiedere un documento di cui sia in possesso un’altra amministrazione pubblica». Il che è anche condivisibile, ma in linea generica l’eccesiva burocratizzazione della pubblica amministrazione viene puntualmente denunciata dai partiti almeno dal secondo dopoguerra, senza venirne a capo.

3.  Contro i nostri tabù. Un’indicazione chiara: «Tutto ciò che otterremo dal recupero dell’evasione fiscale dovrà essere utilizzato soltanto per riduzione delle tasse, non producendo ulteriore spesa». Stessa cosa per la «dismissione di patrimonio».  In sostanza, ci riconosciamo nella politica economica di Tremonti, la priorità è abbassare le tasse. È inoltre necessaria una riforma che imponga alle banche di prestare i soldi a chi ne ha bisogno e non «agli amici di amici». Sarebbe molto bello, ma per me che non ne capisco nulla, come si fa? Mi ricorda una considerazione laconica che ho letto da qualche parte: «Risolvere il problema del crimine è molto semplice: basta che tutti osservino la legge».

4.  Il partito dei diritti… «Ciò che dobbiamo costruire è l’educazione di tutti a un rapporto più gentile fra le persone». In mancanza di ulteriori indizi, mi rimane da pensare che istituiremo corsi serali obbligatori di galateo.

5.  …e il partito dei doveri. Combattere la criminalità organizzata, ricordare i martiri dello Stato, modificare la spesa pubblica (qui viene data qualche indicazione), chiedere una riforma della giustizia. In che modo? Tramite una riforma della Bossi-Fini, della Giovanardi, della custodia cautelare, e l’implementazione di sistemi alternativi alla detenzione. Questo punto punto mi convince. Certo, mi sembra un po’ troppo orientato al cosa bisogna cambiare e non come. Ma si tratta pur sempre di un documento programmatico e mi basta. Un solo appunto. Sul ricordare i martiri dello Stato siamo (quasi) tutti d’accordo. È quando si discute sul chi sono, che ci si inizia a scannare.

6.  Territorio. Non nel senso bersaniano del termine, ben inteso. Nel senso di difesa del Made in Italy, anche se non viene spiegato come. E nel senso di riforma del titolo V della Costituzione, che dà troppi poteri alle regioni. Quest’ultimo punto è chiaro, ma non mi trova d’accordo.

7.  Sud come opportunità. Investimenti mirati, concentrati su fattori a lungo termine della crescita, specificando quali sono. Sono d’accordo, l’unico problema è che la stessa cosa l’ho sentita ripetere fino alla nausea da quando ho memoria. È un po’ come il mantra del «i soldi per fare quello che voglio li trovo combattendo l’evasione fiscale».

8.  Terzo settore, anzi primo. Ben sette righe e mezzo per ribadire che il PD è vicino «con entusiasmo e rispetto» al mondo dell’associazionismo, del volontariato, del no profit. Che si sappia.

Insomma, si tratta di linee programmatiche ed è normale che non siano troppo specifiche. Salvo su un paio di punti, però, mi sembra che qui ci si sia lasciati un po’ prendere la mano dalla Dea Vaghezza. Mi sembra che si siano ripresi tanti principi giusti, mancando di svilupparli. Insomma, sono capace anch’io di candidarmi dicendo “vogliamo un paese prospero e giusto, e lo otterremo soltanto mettendo mano al sistema economico e giudiziario”. Non dico che gli altri candidati abbiano fatti meglio, anzi. Dico solo che se devo scegliere chi votare in base alle idee che ha per il paese, sono messo piuttosto male. È un po’ come studiare per un esame senza avere il libro.

Una cosa però mi è chiara. Prendere i voti di centrodestra e Grillo rilanciando alcune delle loro proposte (mantenimento della spesa pubblica, riduzione del finanziamento ai partiti, riduzione del numero dei parlamentari), mi pare un po’ in contrasto con la logica di dettare le tematiche agli altri partiti piuttosto che inseguirli. Insomma, in questo gioco, non ho ancora ben capito chi fa la guardia e chi il ladro. E soprattutto, non ho capito verso che paese ci si insegue. Perché se è su quest’accozzaglia di luoghi comuni che auspichiamo che ci inseguano, per quanto mi riguarda, possono anche lasciarci andare da soli, a quel paese.