Lungimiranza cercasi

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Il tema della privatizzazione nel nostro Paese è da sempre gestito in maniera confusa.

In queste ultime ore Enrico Letta ha proposto una vendita di azioni possedute dallo Stato. Questo patrimonio si riferisce ad alcune importanti imprese come Eni, Fincantieri, Stm, Enav e Grandi stazioni. Secondo il premier la cessione di queste quote comporterebbe un ricavo di circa 10-12 miliardi di euro. L’entrata sarebbe gestita dallo Stato per “abbattere il debito pubblico”.

A parere di chi scrive, questa scelta del governo, rappresenta un mare di errori. Il primo errore è di natura numerica. Il debito italiano supera da mesi i 2.000 miliardi di euro. Appare impensabile scalfirlo con questa manovra. Solo gli interessi sul debito nel 2013 sono stimati in 84 miliardi. Il secondo errore è di natura concettuale. La privatizzazione (come la nazionalizzazione), è un meccanismo che dovrebbe essere utilizzato per aggiornare un settore economico in base alle esigenze del mercato e al periodo storico. La ristrutturazione dei bilanci nazionali non può essere un obiettivo soddisfacente. Alcune motivazioni sensate sono invece: la diminuzione dei costi, la responsabilizzazione dei privati verso il loro impegno e lo sviluppo di imprese più efficienti. E’ sbagliato vendere con il fine di indirizzare i proventi su altre questioni. La privatizzazione è ben altro.

Dopo aver chiarito per quali ragioni la dichiarazione del nostro capo di governo è opinabile numericamente e concettualmente, aggiungiamo anche il terzo tipo di errore, quello relativo alle strategie politiche. Il debito pubblico è un problema troppo grande e non può essere affrontato direttamente. Occorre semplicemente partire dalla situazione corrente cercando di migliorarla. Il denaro scarseggia e partendo dall’idea delle dismissioni, vanno ricercati quei settori e asset dove si può creare economia e produzione. Vendere azioni non genera a prescindere attività reali se non si richiede a chi acquista un attivismo imprenditoriale che moltiplichi i vantaggi a tutto il settore economico. La forza della privatizzazione non risiede nel denaro che si può ottenere subito ma nella capacità di sviluppare situazioni e strategie che abbiano ricadute positive nell’economia reale a medio e lungo termine. La sopravvivenza economica, la creazione di maggior offerta, un aumento occupazionale e una ripresa della domanda sono i risultati di politiche chiare e ad ampio raggio che andrebbero ricercate.

Per questi motivi le ultime dichiarazioni del governo mi lasciano perplesso. La scelta dell’esecutivo denuncia una limitata capacità di analisi che si manifesta con una strategia operativa poco incisiva. Combattere il debito significa aumentare l’avanzo primario dello Stato e le entrate straordinarie. I bilanci delle banche, che possiedono gran parte del passivo statale, vanno migliorati cercando una riqualificazione dei titoli italiani. Ciò consentirebbe un’apertura al credito, un aumento di fiducia verso lo Stato e una boccata d’ossigeno per le imprese che operano sul territorio. Fiducia e credito garantirebbero infatti la possibilità di diminuire la pressione fiscale creando terreno fertile per una ripresa della produzione dovuta a un abbassamento dei costi per le imprese.

Per tutti questi motivi le dismissioni non vanno trattate come operazioni una tantum da usare per coprire inutilmente il debito pubblico. La vendita andrebbe gestita attraverso decisioni programmate e mirate. L’azione di governo dovrebbe essere spinta dalla convinzione e dalla determinazione di avere come obiettivo finale un miglioramento sostanziale della realtà economica e non il semplice reperimento di 10-12 miliardi, inutili nella loro immensità.

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Un pensiero su “Lungimiranza cercasi

  1. Sono d’accordo con te. Poi vorrei anche capire che senso ha vendere ora svalutando e, probabilmente, capitalizzandomeno dell’effettivo valore dopo aver difeso le partecipazioni per anni. Non hai venduto quando conveniva farlo ora non mi sembra lungimirantissimo. Poi oh con tutta la roba davtagliare che ci sarebbe.

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