Iran: l’Italia non conta nulla. Purtroppo.

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Ho letto con molto divertimento l’articolo di Gianni Vernetti su LiberalAdesso sull’errore italiano nell’inviare una delegazione nell’Iran di Rohani, un paese che “esporta instabilità e terrorismo”.

È passato un mese dalla firma dell’accordo di Ginevra tra Teheran e il gruppo 5+1. L’accusa che si muove all’Iran è di non aver implementato ancora le promesse dell’accordo: un punto, questo, ancora tutto da dimostrare, dato che ancora non abbiamo nessun report degli ispettori.

Lasciamo perdere le interpretazioni Western-centred per cui la Repubblica Islamica esporti instabilità: di sicuro non più di quanta ne abbiano esportata gli Stati Uniti dall’ 11 settembre in poi. Certamente, una simile affermazione sfiora il ridicolo se ci si mette nei panni di un paese a cui resta un alleato nella zona (la Siria), mentre l’Iraq, seppur a guida scita, non può certo essere considerato un’asse portante per l’Iran. Dalla Turchia, passando per l’Arabia Saudita, Israele e il Libano sunnita. Se non finanziasse Hezbollah e Assad fosse caduto, non ci sarebbe stato nessun accordo, dato che l’arricchimento dell’uranio è stato fino ad ora una delle clausole di sopravvivenza per Theran, in un’area che la vede ostile agli occhi di molti vicini. L’Iran si sarebbe trincerata dietro la retorica dell’attacco occidentale alla sovranità e, benché il paese versi in condizioni disperate, avrebbe trovato le risorse morali interne per resistere. Come sempre accade in casi simili.

A nessuno occidentale piacciono le dittature, per carità; non scordiamoci, però, grazie a chi Al-Quaeda è riuscita ad imporsi tra i ribelli siriani, quale fazione più agguerrita. L’Occidente voleva replicare il caso libico: destituire il cattivo dittatore e restituire la “democrazia” al popolo siriano. Non ci è riuscito, ma in compenso la situazione è simile alla Libia: un paese incontrollabile dove un’organizzazione non-statuale semina altrettanta morte e altrettanta distruzione dei dittatori (Assad e Gheddafi, il quale aveva profeticamente ammonito che una sua caduta avrebbe disintegrato il paese). E tra due stati inseriti in una società internazionale e cellule impazzite di Al-Quaeda, sarebbe sempre preferibile avere a che fare con un potere “simile” a quello occidentale, quello statuale.

Ritorniamo al caso in questione; l’Italia non dovrebbe mandare una delegazione in Iran. Punto primo: ricordiamoci il sottosegretario Lapo Pistelli fu il primo europeo ad aprire a Rohani. Punto secondo: il problema è opposto, come il ministro Bonino ha tentato molto timidamente di far notare al vertice NATO in questo dicembre. La questione di fondo è che l’Italia è sempre stata assente sul dossier Iran dal vertice di Guadalupe del 1979 in poi. Trent’anni in cui l’Italia non ha saputo contare e far sentire la propria presenza. E non vale nemmeno la scusa che vi fosse l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea a condurre le trattative, per cui la presenza italiana era comunque salvaguardata; non vale perché assieme a Lady Ashton vi erano paesi europei che della rappresentanza europea se ne facevano molto poco ed erano pronti a porre il veto sull’accordo raggiunto, come ha minacciato di fare la Francia.

In politica estera, più che in economia, l’Europa è a due velocità: i paesi con una struttura diplomatica consolidata sono pronti a correre da soli (Francia, Gran Bretagna e Germania); gli altri sono relegati a farsi sentire attraverso l’Europa, cioè a diluire il proprio peso nel mare di altri 28 paesi. L’Italia è nella categoria “altri” e fino a che continuerà a parlare di “più Europa”, senza chiedere ai partner principali “meno statalismo”, sarà relegata nella categoria di coloro che contano poco o nulla.

Ecco, l’Italia non doveva solo inviare una delegazione in Iran; doveva essere al vertice 5+1. Questa si chiama politica estera: il resto sono disquisizioni per finti moralisti di seconda fascia. 

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Il potere dei social network

 

Il fenomeno del momento sui social network è diventata tal Justine Sacco. La ragazza, responsabile delle relazioni pubbliche (sembra incredibile!) di una società americana che gestisce diversi siti internet, ha pubblicato sul proprio account twitter un post razzista e di pessimo gusto prima di un viaggio in Africa. È stata licenziata in tronco.

Cosa ci dice questa storia a parte l’incredibile errore (per non dire idiozia) commesso da una persona che, per giunta, dovrebbe ben conoscere il ruolo dei social network? Personalmente, credo sia una bella dimostrazione di cosa si intende con il potere dei social network. L’immagine che passa da lì, la nostra principalmente, ma anche quella dei nostri amici/datori di lavoro etc. pesa in maniera enorme. La leggerezza è (ovviamente) ammessa l’idiozia no. E può costare carissima.

Siamo tutti più ricchi?

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Il nuovo numero di IL, mensile del Sole24ore uscito giovedì 19 dicembre, oltre ad avere una delle copertine più belle di sempre (quella che vedete in foto), tratta diffusamente di un tema bello complesso: il mondo del 2013, quasi 2014, è più ricco o più povero rispetto a qualche decennio fa?

A questa domanda si può rispondere in due modi. Il primo è seguendo la vulgata che da anni ci viene propinata, secondo la quale globalizzazione, liberalizzazione dei mercati e delle finanze abbiano arricchito una minoranza è impoverito la stragrande maggioranza. Da cui i movimenti we are 99%, e la necessità di tornare a modelli economici già visti e sperimentati.
Oppure c’è la seconda risposta. Che parte dai numeri, citati proprio nell’editoriale di IL firmato dal direttore Christian Rocca.

A livello globale, nel 1990 i super poveri (coloro che vivono con 1,25 $ al giorno) erano 1.9 miliardi (43% del pianeta). Nel 2010 la cifra è passata a 1.2 miliardi: al netto della crescita della popolazione, la percentuale è dimezzata, pari al 21%. Verso il 2030 la cifra è destinata a calare ancora, portando fiori dall’indigenza un altro miliardo di persone.

Poi, è vero, c’è il problema della disuguaglianza. E sempre i numeri sono impietosi: lo 0.7% del mondo possiede il 41% della ricchezza totale. Ancora, il 68% della popolazione mondiale possiede meno di 10.000 $. Cifre indiscutibili.

Insomma, che fotografia ne scaturisce? Quella di un mondo in cui i ricchi sono più ricchi, ma lo stesso mondo in cui i poveri sono incredibilmente sempre di meno (stiamo parlando, lo ricordo, di miliardi di persone). Tutto ciò è frutto di scelte politiche ed economiche ben precise, una volta crollato il muro di Berlino. La vera sfida dei prossimi anni, da parte dei governi e in particolare dei governi di sinistra (o degli aspiranti tali) sarà quello di tutelare il blocco sociale che da sempre ha permesso la modernizzazione, lo sviluppo e l’aumento del benessere: la middle-class. Per evitare che, lei sì, diventi sempre più povera in un mondo sempre più ricco.

Mo basta!

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Chiedo scusa perché sono in minoranza nel Paese sbagliato.

Chiedo scusa perché penso che i 20 dollari di una massaia dell’Ohio come finanziamento a Obama non siano l’ago della bilancia ma siano comunque significativi per rappresentare la libertà di scelta. Come principio.

Chiedo scusa perché non sopporto l’idea che in Italia il finanziamento pubblico ai partiti sia arrivato nel 2008 a 500 milioni di euro. La spesa effettiva dichiarata è stata di 50 milioni.

Chiedo scusa perché non sopporto la cultura del sospetto. Non sopporto quella stravagante mentalità italiana basata sul criticare chi può permettersi di più. Non sopporto l’invidia. Non sopporto il garantire dal basso senza premiare chi merita. Non sopporto chi lotta solo per avere, senza dare. Trovo estenuante che il merito in Italia sia una discriminante, “perché da qualche parte devi aver rubato altrimenti non saresti li”.

Chiedo scusa perché non sopporto gli indici puntati a prescindere. Non sopporto chi guarda male un imprenditore senza conoscerlo. Chi cerca le aziende dietro gli scienziati. Chi pensa di essere circondato da furbetti a prescindere.

Si parla molto del finanziamento ai partiti. Il mio pensiero è minoritario. In Italia si deve garantire tutto a tutti sulle spalle di un Dio statale incapace. Dobbiamo lamentarci se vogliamo essere italiani. Piangere per avere. Gridare per essere ascoltati. In Italia se non perdi tempo sei qualcuno che trama furberie. L’uguaglianza esiste nel senso che nessuno può avere o dimostrare qualcosa in più.

Detto ciò, se il finanziamento ai partiti è un problema di garantismo, l’ennesimo, allora è davvero la volta buona per cambiare pagina.

Difendo il finanziamento pubblico ai partiti, non i ladri di partito

Finanziamento Pubblico ai Partiti

Sono a favore al finanziamento pubblico dei partiti e lo sarò sempre. Rispetto però la sovranità popolare che nel 1993 ne sancì l’abolizione. In ogni caso non si può dire che eliminare il finanziamento pubblico equivale a garantire più libertà ai cittadini. Sì, viene garantita più libertà , ma solo ad alcuni cittadini. Cioè coloro che possono permettersi di finanziare con irrisorie quote del proprio patrimonio (che equivalgano a ingenti quote in valore assoluto) candidati e partiti. E se guardiamo ad un esempio abusato, gli Stati Uniti, vedremo un circuito politico dove la corruzione è limitata perché de facto legalizzata, grazie a emolumenti che finiscono nelle casse dei singoli in cambio di un voto più o meno favorevole su una determinata questione politica. Chiediamoci quanto i liberi cittadini appartenenti alla classe media possano finanziare e fare lobbying sui singoli parlamentari per una legge contro gli OGM. E poi paragoniamolo a quanto sia disposta a spendere la Monsanto per fare altrettanto. La Monsanto non è interessata alla politica, ma ad una singola issue e ha 58.19 miliardi di capitalizzazione. Se investe 190 milioni (meno di un trecentesimo della capitalizzazione) per una legge che ne distruggerebbe i profitti, perchè non dovrebbe farlo? In fondo stiamo parlando della libertà dell’impresa, come ci ricorda la corte costituzionale.E quanti cittadini si dovrebbero unire per arrivare alla stessa cifra?

Tralascio il discorso dell’equità: in una società profondamente ineguale è logico che non si possa dare la possibilità a chiunque di scalare la vetta politica. E quando questo succede senza finanziamenti pubblici, come nel caso di Grillo, è perché si raccolgono i frutti di un decennio di ruberie dei politici (e non della politica).  D’altronde l’abolizione dei finanziamenti pubblici chi può favorire se non gli schieramenti più grandi, come il PD o Forza Italia? Significa voler imporre il bipolarismo in una società che ha sempre teso a non apprezzarne la logica alle urne.

Riprendo un concetto espresso nell’articolo che mi ha preceduto:

Discorso lobbies, il cane che si morde la coda. Siamo il paese dei raccomandati, delle agevolazioni se si hanno contatti, il Paese dove “una mano lava l’altra”. I vantaggi per cerchie ristrette sono sempre esistiti e non è certo foraggiando i partiti con soldi pubblici che si è migliorato il sistema. Anzi.

Ecco proprio perché siamo quel tipo di società dovremmo temere che il finanziamento di privati vada ad inondare le casse dei partiti su singole questioni – una lobby su tutte in Italia: le case farmaceutiche – dove la mobilitazione dei cittadini non va oltre la separazione sanità pubblica/privata. Così chi riesce a fare cartello riesce con pochi investimenti (anche qualche milione di euro) a ottenere quello che vuole: non garantire che vinca Renzi o Berlusconi, ma che il tale antidepressivo non esca da quelli coperti dal SSN.

Se è questa la trasparenza che andiamo cercando, dico candidamente che nel 1993 è stato fatto un grossolano errore, ma che altrettanto la classe politica si è cercato questo infausto risultato, prima a forza di una corruzione indecente (Tangetopoli) e poi trasformando i finanziamenti  in formalmente rimborsi, salvo poi farli ritornare sottotraccia finanziamenti. L’opinione pubblica ha giustamente percepito, unendo nel solito calderone preparato e riscaldato apposta da una stampa molto poco incline alla imparzialità di giudizio e molto più attenta alla vendita di copie in edicola, un architettura unica (ma che unica non è) di privilegi e luride consorterie. Un complesso gioco di scarso attaccamento alla democrazia e alla res publica che ora giustamente i politici sono chiamati a pagare. A rimetterci però sarà anche la politica.

E questo francamente mi dispiace.

Finanziamento privato, libertà di scegliere e non di pagare.

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Disse Francesco Cossiga: «Quando l’inviato del Pci tornava da Mosca con la sua valigia piena di dollari, lo andavamo a ricevere noi del ministero degli Interni insieme agli americani che volevano esser certi che i dollari non fossero falsi. Poi lo scortavamo allo Ior vaticano per il cambio e ognuno se ne tornava a casa soddisfatto».

Sono contrario al finanziamento pubblico ai partiti. Lo sono per due motivi. Dal paragrafo iniziale si può intuire come il finanziamento privato in Italia sia sempre esistito. Dal dopo guerra ogni partito ha ricevuto incentivi e denaro. Dal PCI e le sue valigette targate Unione Sovietica, alla DC che ha costruito interi sistemi di agevolazioni e “sviluppo” economico. Arriviamo a Craxi. Tocchiamo Tangentopoli. Berlusconi e l’utilizzo di radio e televisioni. Fermiamoci prima di stare male. Il secondo motivo non è storico, è etico. Il cittadino dovrebbe essere libero di scegliere come contribuire alle spese politiche. Oggi, in euro, si parla di centinaia di milioni. Il “pubblico” è stato semplicemente un salvadanaio che nulla ha portato nel miglioramento dell’offerta politica.

Si parla di finanziamento privato e si vola negli Stati Uniti d’America. Occorre però fare delle distinzioni prima di catalogare come giusto o sbagliato un sistema. Negli US il finanziamento pubblico esiste, è semplicemente irrisorio e chi sceglie di attingere al denaro privato deve in larga parte rinunciare al compenso statale. Inoltre, gli americani votano un candidato, solo indirettamente un partito. Discorso lobbies, il cane che si morde la coda. Siamo il paese dei raccomandati, delle agevolazioni se si hanno contatti, il Paese dove “una mano lava l’altra”. I vantaggi per cerchie ristrette sono sempre esistiti e non è certo foraggiando i partiti con soldi pubblici che si è migliorato il sistema. Anzi.

La direzione intrapresa dal governo Letta è sostenibile seppur poco coraggiosa. Il finanziamento pubblico continuerà fino al 2016 in percentuali sempre minori. Occorre un taglio netto. Serve semplicità e libertà di scelta.  Basta ipocrisia. Verso un bipolarismo semplice, dove il vincitore governa e chi vota sceglie facilmente come indirizzare il proprio contributo. Il tutto rispettando un referendum popolare, un vero plebiscito. Quel referendum che nel 1993 abrogava il finanziamento pubblico. Sarebbe più bella l’Italia se fosse più trasparente e meritocratica.

Contractual arrangements: un altro autogol comunitario?

Contractual arrangements: segnatevi questa espressione perché potrebbe diventare molto calda nei prossimi giorni. In vista del Consiglio Europeo del 19/20 Dicembre sembra che questi accordi, noti anche come contratti per riforme, possano diventare parte del nostro lessico legato alla UE.

Ma di cosa si tratta? L’assunzione di base è corretta e incontestabile: le riforme strutturali costano e quindi gli stati che le volessero implementare hanno bisogno di soldi per implementarle. Operazione tutt’altro che semplice in paesi già fortemente indebitati. A questo punto subentrano le criticità. I contratti in discussione prevederebbero quindi un finanziamento per le riforme in cambio della firma di un accordo dettagliato su ogni punto che deve essere messo in pratica. La sorveglianza sarebbe poi affidata alla Commissione. Confesso che il primo paragone che mi è venuto in mente è stato quello con gli aggiustamenti strutturali che il Fondo Monetario Internazionale contrattava con i paesi in via di sviluppo. Non proprio un caso di successo insomma.

Secondo punto critico è la forma dei finanziamenti che verrebbero concessi. La bozza di accordo che sembra delinearsi, infatti, non prevederebbe un finanziamento da un bilancio comune sul modello degli esistenti fondi strutturali. Al contrario il finanziamento dovrebbe consistere nella possibilità di avere uno “sconto” sul tasso di interesse praticato. Insomma, se per una certa riforma l’Italia dovrebbe indebitarsi con un tasso del 4% siglando questi accordi potrebbe farlo magari al 2%. In cambio però cederebbe la completa sorveglianza a Bruxelles.

Insomma tutta questa manovra mi sembra molto in linea con le ultime tendenze comunitarie. Si parte da una constatazione corretta (fare le riforme ha un costo) e si sceglie il metodo più sbagliato per metterlo in pratica. Accettare un contratto a vigilanza così stringente senza avere in cambio nemmeno una comunitarizzazione del fondo da cui i prestiti sono erogati è una follia per i governi. Un governo che accettasse una cosa del genere sarebbe praticamente commissariato. Il risultato più probabile di tutta questa operazione rischia di essere, quindi, dare ulteriore fiato a movimenti antieuropeisti. L’ultima cosa di cui avrebbe bisogno l’UE alla vigilia di elezioni europee che si preannunciano già piuttosto complesse.