Difendo il finanziamento pubblico ai partiti, non i ladri di partito

Finanziamento Pubblico ai Partiti

Sono a favore al finanziamento pubblico dei partiti e lo sarò sempre. Rispetto però la sovranità popolare che nel 1993 ne sancì l’abolizione. In ogni caso non si può dire che eliminare il finanziamento pubblico equivale a garantire più libertà ai cittadini. Sì, viene garantita più libertà , ma solo ad alcuni cittadini. Cioè coloro che possono permettersi di finanziare con irrisorie quote del proprio patrimonio (che equivalgano a ingenti quote in valore assoluto) candidati e partiti. E se guardiamo ad un esempio abusato, gli Stati Uniti, vedremo un circuito politico dove la corruzione è limitata perché de facto legalizzata, grazie a emolumenti che finiscono nelle casse dei singoli in cambio di un voto più o meno favorevole su una determinata questione politica. Chiediamoci quanto i liberi cittadini appartenenti alla classe media possano finanziare e fare lobbying sui singoli parlamentari per una legge contro gli OGM. E poi paragoniamolo a quanto sia disposta a spendere la Monsanto per fare altrettanto. La Monsanto non è interessata alla politica, ma ad una singola issue e ha 58.19 miliardi di capitalizzazione. Se investe 190 milioni (meno di un trecentesimo della capitalizzazione) per una legge che ne distruggerebbe i profitti, perchè non dovrebbe farlo? In fondo stiamo parlando della libertà dell’impresa, come ci ricorda la corte costituzionale.E quanti cittadini si dovrebbero unire per arrivare alla stessa cifra?

Tralascio il discorso dell’equità: in una società profondamente ineguale è logico che non si possa dare la possibilità a chiunque di scalare la vetta politica. E quando questo succede senza finanziamenti pubblici, come nel caso di Grillo, è perché si raccolgono i frutti di un decennio di ruberie dei politici (e non della politica).  D’altronde l’abolizione dei finanziamenti pubblici chi può favorire se non gli schieramenti più grandi, come il PD o Forza Italia? Significa voler imporre il bipolarismo in una società che ha sempre teso a non apprezzarne la logica alle urne.

Riprendo un concetto espresso nell’articolo che mi ha preceduto:

Discorso lobbies, il cane che si morde la coda. Siamo il paese dei raccomandati, delle agevolazioni se si hanno contatti, il Paese dove “una mano lava l’altra”. I vantaggi per cerchie ristrette sono sempre esistiti e non è certo foraggiando i partiti con soldi pubblici che si è migliorato il sistema. Anzi.

Ecco proprio perché siamo quel tipo di società dovremmo temere che il finanziamento di privati vada ad inondare le casse dei partiti su singole questioni – una lobby su tutte in Italia: le case farmaceutiche – dove la mobilitazione dei cittadini non va oltre la separazione sanità pubblica/privata. Così chi riesce a fare cartello riesce con pochi investimenti (anche qualche milione di euro) a ottenere quello che vuole: non garantire che vinca Renzi o Berlusconi, ma che il tale antidepressivo non esca da quelli coperti dal SSN.

Se è questa la trasparenza che andiamo cercando, dico candidamente che nel 1993 è stato fatto un grossolano errore, ma che altrettanto la classe politica si è cercato questo infausto risultato, prima a forza di una corruzione indecente (Tangetopoli) e poi trasformando i finanziamenti  in formalmente rimborsi, salvo poi farli ritornare sottotraccia finanziamenti. L’opinione pubblica ha giustamente percepito, unendo nel solito calderone preparato e riscaldato apposta da una stampa molto poco incline alla imparzialità di giudizio e molto più attenta alla vendita di copie in edicola, un architettura unica (ma che unica non è) di privilegi e luride consorterie. Un complesso gioco di scarso attaccamento alla democrazia e alla res publica che ora giustamente i politici sono chiamati a pagare. A rimetterci però sarà anche la politica.

E questo francamente mi dispiace.

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