Legge elettorale: la palla deve tornare alla politica. Con urgenza.

 

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La Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni sull’incostituzionalità della legge elettorale ribattezzata “Porcellum”. Sono pagine che meritano di essere lette perché fissano uno spartiacque per il futuro. Prima di entrare nel merito “tecnico”, è utile focalizzarsi su un punto che ha attratto l’opinione pubblica: gli eletti con una legge elettorale parzialmente incostituzionale sono “abusivi”? La Corte è categorica su questo punto: no, non lo sono. E giustamente, perché la “retroattività” della sentenza non si può applicare se non per “i rapporti tuttora pendenti, con conseguente esclusione di quelli esauriti, i quali rimangono regolati dalla legge dichiarata invalida (sentenza n. 139 del 1984) [e quindi non per le elezioni recenti che si sono “esaurite” al momento dello spoglio]”. I parlamentari quindi sono legittimati a rappresentare il popolo italiano: non poteva essere diversamente a meno di una contorsione del diritto non giustificabile. 

La questione tecnica (e politica)

In prima istanza viene ribadito dai giudici che il legislatore ha ampia discrezionalità su questa materia, ossia la legge elettorale. Questo però non toglie che la Corte possa intervenire qualora si presenti un caso “manifestamente irragionevole”. Dove risieda l’irragionevolezza del “Porcellum” la Corte lo rinviene in due punti particolari: i premi di maggioranza alla Camera e al Senato e le liste bloccate.

Il premio di maggioranza

Il premio di maggioranza non è censurato tout court, ma viene bollata come incostituzionale l’assenza di una soglia minima per la quale sia possibile accedere al premio tanto alla Camera (su base nazionale) quanto al Senato (su base regionale). Su tale questione, quindi, occorre essere chiari: in futuro, una volta stabilita una soglia “ragionevole” (tornerò su questo aggettivo), il premio di maggioranza, volto a garantire una stabilità ai Governi chiamati a guidare il paese, è costituzionalmente legittimo.

Il punto su cui la Corte pecca in ambiguità è su quale soglia sia “ragionevole”. Come detto in precedenza, la Corte stabilisce un’ampia discrezionalità al legislatore e di conseguenza non entra nel merito. Sostiene, la Corte, che

 l’assenza di una ragionevole soglia di voti minima per competere all’assegnazione del premio, è pertanto tale da determinare un’alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto (art. 48, secondo comma, Cost.) In definitiva, detta disciplina non è proporzionata rispetto all’obiettivo perseguito, posto che determina una compressione della funzione rappresentativa dell’assemblea, nonché dell’eguale diritto di voto, eccessiva e tale da produrre un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica, sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente. [il grassetto è mio]

Se non si scioglie questo nodo politico, tuttavia, potrebbero esserci ricorsi a pioggia. Cosa significa ragionevole? Nemmeno il più fine dei politologi può azzardare a fornire un numero certo. Può essere il 33,3% (un terzo dei voti), il 40%, il 45%. Difficile saperlo, se non si fornisce una definizione di ragionevolezza che non sia un’evidente sovrarappresentazione del partito o della coalizione vincente. D’altronde per un proporzionalista convinto, anche con il 49,9% non si dovrebbe avere la maggioranza assoluta dei seggi al fine di rispecchiare fedelmente  la rappresentanza popolare. Si tratta ovviamente di un esempio estremo, ma che rende l’idea di un panorama confuso.

Lo stesso meccanismo vale per il Senato. Non c’è una soglia minima e ragionevole che possa rendere legittimo il premio di maggioranza.

Le liste bloccate

Sulla questione delle liste bloccate la Corte ritiene che queste non garantiscano una rappresentatività idonea: l’elettore non solo non può scegliere il candidato da sostenere, ma nelle circoscrizioni più grandi fatica a conoscere tutti i candidati di una singola lista. Per la Corte, inoltre,

è la circostanza che alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini, che ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione.

In pratica, si esplicita la necessità di re-introdurre la preferenza o ri-tornare ai collegi uninominali per avvicinare il cittadino all’elettore (e viceversa). Il punto, però, è che in ogni caso gli elettori non conoscono tutti i candidati nelle proprie circoscrizioni e anche quando li conoscono, spesso si tratta della stessa persona in più circoscrizioni (vedi il caso Berlusconi capolista in  Senato in tutte le Regioni alle scorse elezioni). Quest’ultimo punto, tuttavia,  non viene contestato dalla Corte. Introducendo le preferenze, per esempio, è legittimo che un candidato si presenti ovunque? E questa scelta quale logica di rappresentanza seguirebbe, se non la visibilità mediatica nazionale del candidato stesso?

Le conseguenze tecniche (e politiche)

Fin qui abbiamo delineato gli aspetti incostituzionali della legge elettorale vigente. Cosa ci prospetta il futuro? La Corte, con la bocciatura del referendum per abolire il “Porcellum” aveva sostenuto che non possono darsi vuoti legislativi in materia. Ossia, in Italia ci deve sempre essere una legge elettorale. Ergo quella che abbiamo oggi è una versione in senso proporzionalista del “Porcellum” senza premi di maggioranza, in quanto manca una soglia “ragionevole” sia alla Camera che in Senato. Ma il dispositivo legislativo c’è, è vigente e potrebbe traghettarci alle prossime elezioni. Ciononostante, questa legge è ancora peggiore, possibilmente, del “Porcellum”. In questo caso non solo avremo alleanze ingovernabilità alla Camera, ma al Senato potremmo avere una corsa disperata per accaparrarsi un seggio da parte di formazioni regionaliste minori. Queste ultime potranno così far valere la propria blackmailing power (forza ricattatoria) per strappare un posto in un futuro governo (di larghissime intese, stando ai sondaggi attuali).

La Corte ha sopperito ad una mancanza politica con questa sentenza. I governi e i Parlamenti susseguisti dal  2005 sono stati incapaci di auto-regolarsi proprio sulle “regole del gioco” della democrazia, nonostante i moniti arrivati da più parti (anche dalla Corte Costituzionale stessa). Come se varie squadre di calcio avversarie non concordassero su come e quando l’arbitro debba fischiare il fuorigioco. Semplicemente non si  può giocare a calcio in quelle condizioni. Nel far ciò, tuttavia, ha creato ancora più confusione. Certamente ha dissipato qualche nube, ma  ne ha fatte sorgere altrettante; per esempio la definizione di “soglia ragionevole” oppure l’incostituzionalità dei listini bloccati (una prassi contestabile certamente, ma difficilmente incostituzionale).

Se mancano davvero alcuni mesi alle prossime elezioni, sarà meglio armarsi di pazienza, ragionare nuovamente sulla legge elettorale ed evitare posticci presi a prestito, non si sa con quale ratio, da altri paesi. Anche perché se si vuole evitare il proporzionale, la strada percorribile sarebbe quella dei collegi uninominali. Con una postilla: che quelli del 1993 vanno ridiscussi perché assicuravano l’elezioni di tutti i parlamentari, ma solo il 75%. L’altro 25% era eletto su base proporzionale. 

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2 pensieri su “Legge elettorale: la palla deve tornare alla politica. Con urgenza.

  1. Caro Davide la tua analisi è molto ben accurata.
    In parte però la tua esortazione (“la palla deve tornare alla politica”) ha trovato una prima risposta, seppur sommaria. Il Pd infatti ha messo sul tavolo tre proposte di legge elettorale sulle quali si sta dibattendo. Ammetto di non avere un’idea precisa anche perché ho sentito veramente tanti pareri opposti. Tu quale delle tre ipotesi – Mattarellum corretto, sistema spagnolo, doppio turno di coalizione – prediligi?
    In un mondo ideale io sarei per il doppio turno di collegio alla francese. Siccome bisogna fare dei compromessi, tenderei a escludere il modello spagnolo. Tu che dici?

    • Per me il modello spagnolo (che D’Alimonte non disdegna) è inapplicabile in Italia, al limite della costituzionalità e incapace di fornire maggioranza stabili, a meno di uno strapotere di due partiti (o pd o pdl o m5s dovrebbero crollare, cosa che non sembra, ad oggi). Il Mattarellum a me non convince onestamente. In ogni caso se si toglie la quota proporzionale, bisogna ridefinire i collegi: siamo sicuri che sia semplice e breve il cammino?
      Io sarei per la proposta Ignazi-Sartori: assemblea nazionale francese. Detto ciò il doppio turno potrebbe essere il male minore anche se vedremo mega-alleanze stile Unione se il risultato sarà combattuto.

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