Un contratto che unisce

Tito Boeri durante una conferenza del ciclo TED 2013 spiega efficacemente alcuni dei problemi del mercato del lavoro italiano. Un mercato del lavoro che invece di unire il paese ha finito per creare un conflitto generazionale.

Questo video è tanto più significativo in questi giorni perché questo tema costituisce la vera sfida su cui sarà giudicato il nuovo governo; tutto il resto è poco più di un corollario.

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Alla fine sarà giudicato per quello che (non) farà

Confesso di aver vissuto un po’ di spaesamento per l’accelerazione che ha subito lo scenario politico nell’ultima settimana. Ad ogni modo una considerazione mi sento di farla.

Il modo in cui si è concretizzato il passaggio del testimone, tanto per tenere fede alla metafora podistica, è stato orrendo e gestito malissimo. Soprattutto perché non si è davvero capito che cosa sia cambiato adesso rispetto a un mese fa. Il governo è peggiorato? No, probabilmente vivacchiava un mese fa e continuava a farlo anche ieri. Perché allora questo repentino cambiamento? Ecco, questo fondamentale alla fine di tutto il dibattere in rigoroso politichese non è venuto affatto fuori.

Detto ciò, credo che l’azione di Renzi sarà giudicata per quello che farà di diverso oppure di uguale rispetto ai predecessori. Saprà imporre il proprio ritmo a un parlamento che viaggia in seconda da un anno? Avrà vinto la sfida e nessuno si ricorderà come è arrivato a Palazzo Chigi. Non saprà fare tutto questo? Il suo fallimento sarà evidente senza scomodare il mezzo con cui è arrivato lì.

Tutto ciò per dire che la scommessa ad altissimo rischio di Matteo Renzi si giocherà su questo e non sul modo in cui sarà nominato premier. Ed è perfettamente logico che sia così. Alla fine in Germania la Merkel è stata quella che ha scaricato Helmuth Kohl ovvero un signore che ha guodato un paese, passando per la riunificazione, per sedici anni. Non proprio Letta ecco. Credete che nel giudizio politico sulla Cancelliera, positivo o negativo che sia, questo fatto venga ancora ricordato?

Quel “Fuck the European Union” difficile da digerire.

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La scorsa settimana, la Vicesegretaria di Stato americana Victoria Nuland si è lasciata scappare un “Fuck the European Union”. La frase è stata detta al cellulare durante una conversazione con l’ambasciatore americano Pyatt. La telefonata è stata intercettata in Russia e l’audio è finito in men che non si dica su youtube, lo potete ascoltare qui. L’argomento di discussione tra la Nuland e Pyatt era la situazione in Ucraina. Lo Stato ucraino è al centro negli ultimi mesi di una forte instabilità politica e sociale alla quale l’Europa in primis non ha saputo rispondere con forza.

La figuraccia diplomatica statunitense appare indubbia così com’è evidente il colpo basso della Russia. Queste poche righe tuttavia le vorrei focalizzare sul terzo incomodo: l’Europa.

Gianni Riotta ha scritto un’editoriale venerdi scorso, 8 febbraio, a mio avviso semplice e interessante su La Stampa (link). La vera questione in merito alla gaffe politica non deve allontanarci dall’ammettere che poco si sta facendo per aiutare lo sviluppo della stabilità in Ucraina. L’Unione Europea è in balia delle singole forze degli Stati aderenti. La mancanza di una politica estere comune è evidente. Non si può cadere dalle nuvole, non è la prima volta che accade. Iraq? Bosnia? Primavere arabe? Afghanistan?.

In campo internazionale, oltre al potere e alla forza militare di uno Stato è importante ciò che viene definito soft-power. Questo termine con l’inizio del millennio è caduto in disuso anche tra i politologi e i teorici delle relazioni internazionali. Credo sia un errore dimenticarsi l’importanza di influenzare altri attori internazionali attraverso metodi e strategie che non prevedono l’uso della forza. Tutto ciò che ci rappresenta forma la nostra cultura, la nostra identità e la nostra capacità di rapportarci al di fuori dei confini.

Riotta nel suo articolo cita i Beatles e la loro capacità di coinvolgere gli States negli anni sessanta attraverso una tournèe esaltante. Sono centinaia i brand che appartengono alla nostra quotidianità e sono riconducibili a paesi esteri. Dalla Coca-Cola alla Samsung in mezzo si trova di tutto. Laddove manca un’azione politica comune, forte, rigida e programmata dell’Unione sarebbe saggio utilizzare qualche arma ugualmente penetrante.

L’Europa soffre una sindrome di nanismo politico, è schiacciata e incapace di mettere a frutto le proprie potenzialità. Forse dopo l’umiliazione che ci invita a “fotterci” sarebbe il caso di mostrare l’orgoglio e uscire da questa impasse infinita.

Cambio passo o cambio premier?

Da ieri pare essere velatamente (ma non troppo!) sul tavolo l’opzione cambio di premier accanto a quella più volte invocata, soprattutto da Letta, del rimpasto di governo. Una “ridiscussione dello schema” com’è stata definita da Renzi comporterebbe lo stesso Renzi a Palazzo Chigi; altrimenti che ridiscussione sarebbe. Ecco, questa eventualità apre a diversi ragionamenti.

Innanzitutto nuovo schema di governo con chi? Escluso che possa essere B. perché l’elettorato dem non reggerebb e Grillo per svariate altre ragioni, non resta che l’attuale configurazione di maggioranza. La stessa maggioranza ma guidata eventualmente da Renzi a Palazzo Chigi e con i Ministeri più pesanti (Economia, Welfare) direttamente riconducibili a lui. Una simile strada obbligherebbe alla stipula di un accordo programmatico puntuale con gli alfaniani che, peraltro, difficilmente si potrebbero tirare indietro dopo aver invocato più volte un cambio di marcia. Tale scommessa può basarsi su una maggioranza dem alla Camera e su un Senato dove il raggiungimento della maggioranza si baserebbe, così come ora, sugli alfaniani. In aggiunta, si potrebbe scommettere sul fatto che un Senato de-potenziato, almeno sostanzialmente, dall’imminente superamento della sua configurazione attuale avrebbe difficoltà a opporsi alle riforme impostate dal governo. Infine, questa scommessa consentirebbe di uscire dall’assurdità di un governo quotidianamente ripreso dal Segretario del PD oltre che da B. e dal M5S. Una situazione quella attuale, che potrebbe anche avere senso se mantenuta in vista di elezioni imminenti ma che ha decisamente meno senso in una prospettiva in cui le elezioni rischiano di non tenersi prima di un anno.

Quali sarebbero i problemi? Prima di tutto l’affidabilità di un simile accordo. La maggioranza reggerebbe alla carica di un premier così diverso dall’attuale? Oppure gli eventuali alleati si farebbero tentare da altre opzioni in corso d’opera. Secondariamente, Renzi ha sempre detto di voler passare tramite elezioni e un simile scenario farebbe storcere il naso a più di alcuni diminuendone la credibilità. Di contro, con lo scenario attuale le elezioni possono essere lontane e il rischio concreto è di arrivarci logorato.

Insomma, il gioco è aperto e presenta molti profili di rischio. La chiave, secondo me, è la legge elettorale. Con quella in tasca un’opzione del genere sarebbe percorribile; Renzi avrebbe buon gioco ad affermare che lui è disposto a metterci la faccia in prima persona a Palazzo Chigi. Se poi dovesse andare male potrebbe accusare dei fallimenti la componente alfaniana che eventualmente si rendesse colpevole di ostacolare le riforme. Se invece portasse a casa un significativo pacchetto di riforme si presenterebbe alle elezioni come quello che dopo vent’anni di chiacchiere ha portato i risultati. Con la legge elettorale la scommessa, perché di quello si tratterebbe, potrebbe farsi interessante