Quel “Fuck the European Union” difficile da digerire.

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La scorsa settimana, la Vicesegretaria di Stato americana Victoria Nuland si è lasciata scappare un “Fuck the European Union”. La frase è stata detta al cellulare durante una conversazione con l’ambasciatore americano Pyatt. La telefonata è stata intercettata in Russia e l’audio è finito in men che non si dica su youtube, lo potete ascoltare qui. L’argomento di discussione tra la Nuland e Pyatt era la situazione in Ucraina. Lo Stato ucraino è al centro negli ultimi mesi di una forte instabilità politica e sociale alla quale l’Europa in primis non ha saputo rispondere con forza.

La figuraccia diplomatica statunitense appare indubbia così com’è evidente il colpo basso della Russia. Queste poche righe tuttavia le vorrei focalizzare sul terzo incomodo: l’Europa.

Gianni Riotta ha scritto un’editoriale venerdi scorso, 8 febbraio, a mio avviso semplice e interessante su La Stampa (link). La vera questione in merito alla gaffe politica non deve allontanarci dall’ammettere che poco si sta facendo per aiutare lo sviluppo della stabilità in Ucraina. L’Unione Europea è in balia delle singole forze degli Stati aderenti. La mancanza di una politica estere comune è evidente. Non si può cadere dalle nuvole, non è la prima volta che accade. Iraq? Bosnia? Primavere arabe? Afghanistan?.

In campo internazionale, oltre al potere e alla forza militare di uno Stato è importante ciò che viene definito soft-power. Questo termine con l’inizio del millennio è caduto in disuso anche tra i politologi e i teorici delle relazioni internazionali. Credo sia un errore dimenticarsi l’importanza di influenzare altri attori internazionali attraverso metodi e strategie che non prevedono l’uso della forza. Tutto ciò che ci rappresenta forma la nostra cultura, la nostra identità e la nostra capacità di rapportarci al di fuori dei confini.

Riotta nel suo articolo cita i Beatles e la loro capacità di coinvolgere gli States negli anni sessanta attraverso una tournèe esaltante. Sono centinaia i brand che appartengono alla nostra quotidianità e sono riconducibili a paesi esteri. Dalla Coca-Cola alla Samsung in mezzo si trova di tutto. Laddove manca un’azione politica comune, forte, rigida e programmata dell’Unione sarebbe saggio utilizzare qualche arma ugualmente penetrante.

L’Europa soffre una sindrome di nanismo politico, è schiacciata e incapace di mettere a frutto le proprie potenzialità. Forse dopo l’umiliazione che ci invita a “fotterci” sarebbe il caso di mostrare l’orgoglio e uscire da questa impasse infinita.

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