Renzi e l’Italia che non sta su Twitter

Più osservo la politica, più mi rendo conto che non è la politica il problema. È l’osservatorio.

Mi spiego: faccio parte di una minoranza. Mi interessa la politica e tutto ciò che le è connesso: storia, esteri, giornalismo, eccetera. Passo quotidianamente molto (troppo?) tempo sui social network, e scambio quotidianamente idee e opinioni con persone – vere o social – che hanno interessi molto simili. Mi ritrovo quindi immerso in una comunità che sa tutto non solo di Renzi, ma anche di Verdini, del premio di maggioranza, del sottosegretario, del presidente di commissione, della Madia, del Nuovo (?) Centro Destra di Alfano e del Nuovo (?) Centro Sinistra di Civati, dei Grillini e della lista Tsipras. Ce la cantiamo e ce la suoniamo su Twitter, e ci piace pure, ma siamo sempre noi.

Siamo sempre i soliti 5 milioni di persone. Quelli che guarda(va)no Santoro, che vanno sul sito del Post e che giocano al politometro quando ci sono le elezioni. Negli anni, ci siamo scandalizzati giustamente per le Ruby Rubacuori e le D’Addario, abbiamo criticato ogni mossa del Pd e abbiamo pure assistito increduli al boom dei 5 Stelle.

Il problema enorme è che non siamo l’Italia. Ne siamo una piccola, selezionatissima parte, e pure un po’ autoreferenziale. Se il congresso del Pd si fosse fatto su Twitter, avrebbe stravinto Civati. Ora c’è la corsa a trovare, online, sia chiaro, tutti i difetti del mondo al governo Renzi. Che li ha, li avrà, e continueremo a farli notare. Ma il punto è un altro.

Il punto è che la vera pancia del paese (e guai a dare giudizi di valore perché altrimenti siamo daccapo), dopo anni di terribile crisi economica, non sta su Twitter, sta a malapena su Facebook, non guarda il Tg di La7, e soprattutto non gliene frega assolutamente nulla delle espulsioni dei 5 Stelle o dei guai dei sottosegretari. Come non gliene fregava assolutamente nulla dei guai di Berlusconi (che infatti l’aveva capito benissimo, e mentre noi guardavamo Santoro, lui rivinceva le elezioni), e non mi avventuro nelle dinamiche della Dc perché non ne ho l’età, ma qualche sospetto sì.

Questo non vuol dire che il nuovo governo Renzi debba buttare a mare la morale o parlare solo alla pancia degli Italiani, per usare una felice espressione di Severgnini. Ma se Renzi, la cui fiducia è altissima, riuscirà davvero a far arrivare 100 euro in più in busta paga ai lavoratori e ad abolire il Senato, allora sarà riuscito a incidere davvero su questo paese, e gli italiani (che sono tutto tranne che fessi) lo capiranno al volo. Con buona pace di noi cinque milioni, di Twitter, di Civati, del blog di Grillo e di tutto quel che ci sembra paese, ma che è lontanissimo dall’esserlo.

Legge elettorale, per me è un sì

L’Italicum, proposta di legge elettorale frutto dell’accordo tra Pd e Forza Italia, con l’assenso più o meno obbligato di Ncd, non è sicuramente la miglior legge del mondo. Anzi. Sono personalmente convinto che il doppio turno di collegio (non di coalizione) resti il sistema che meglio avrebbe fatto al sistema Italia, ma bisogna anche considerare il contesto.

E il contesto è quello di un governo debolissimo e di strette intese, e di una serie di attori politici interessati alla propria sopravvivenza piuttosto che al bene del paese. Esempio pratico: l’Italia avrebbe bisogno di un sistema maggioritario che garantisca governabilità. A chi piace il maggioritario? Solo a Renzi. Perchè tutti gli altri – da Vendola a parte del Pd, da Alfano ai centristi, da Forza Italia alla Lega – sono per natura proporzionalisti, in quanto si assicurerebbero sempre e comunque una quota di potere e/o di veto. Abbiamo poi scoperto che anche il M5S è per il proporzionale, sistema che gli consentirebbe di avere una quota di voti certi senza l’onere (non sia mai) di dover governare.

Da questo contesto, poteva nascere una legge maggioritaria? No, ed è un miracolo che Renzi abbia corretto in maniera maggioritaria un impianto proporzionale. Il doppio turno e il premio sono due buone garanzie.

Poi c’è il problema della rappresentanza. Detto che l’optimum sono i collegi uninominali, le liste bloccate su circoscrizioni piccole (provinciali, ce ne sono 120) sono quanto di più simile a un collegio uninominale. Se il problema è “voglio scegliere il mio rappresentante”, beh si pone anche col collegio, perché i candidati li sceglie comunque il partito, non lo Spirito Santo. Per tacere poi delle preferenze, pratica che favorisce logiche clientelari e gonfia le spese di campagna elettorale (e comunque, i dati sull’uso delle preferenze sono indicativi: in Emilia-Romagna alle regionali 2010 le usò il 25% degli elettori). Sulle quali poi c’era già stato un referendum del 1991, che le bocciò sonoramente.

Insomma: siamo lontani dal miglior risultato, ma il compromesso non mi pare male. Ora, per favore, guardiamo ad altro.

Yes we can(nabis)

E se Montecitorio guardasse a Montevideo? L’anno nuovo ha portato all’attenzione globale una tematica rimasta sotto traccia per troppo tempo: la depenalizzazione del consumo di cannabis. Il primo grande segnale di questa battaglia anti-proibizionista è arrivato proprio dall’Uruguay del presidente Pepe Mujica: il 10 dicembre il consumo e la vendita di marijuana sono stati depenalizzati.  “Vogliamo andare oltre il fallimento del proibizionismo” ha chiarito Mujica. L’Economist, non proprio la Pravda, ha premiato l’Uruguay eleggendolo “paese dell’anno”.

Non c’è solo l’Uruguay a spingere sull’acceleratore della liberalizzazione. Dal primo gennaio infatti anche in Colorado è stato legalizzato il commercio della cannabis, al pari dello stato di Washington, e in molti prevedono che i prossimi stati americani a compiere questo passo saranno Oregon, Arizona e Michigan. Ed è notizia di questi giorni che lo stato di New York, sull’onda dell’elezione a sindaco del liberal Bill de Blasio, abbia aperto all’uso terapeutico della marijuana con il governatore Andrew Cuomo (figlio dell’ex leader democrat Mario).

Il fatto è che la “guerra alla droga”, come fu lanciata da Nixon più di 40 anni fa, è miseramente fallita. E a dirlo non è qualche radicale o qualche hippie di vecchia data, ma la Commissione globale per le politiche sulle droghe. La Commissione, guidata dall’ex segretario dell’Onu Kofi Annan, dopo anni di ricerche ha stabilito che non è con la repressione e la criminalizzazione che si combatte il traffico di stupefacenti. Dal 1998 al 2008, il consumo globale degli oppiacei è aumentato del 34.5%, e quello della cocaina del 27%. Viene dimostrato, invece, come non vi sia alcun effetto di riduzione del consumo di cannabis in quei paesi che abbiano introdotto misure repressive. Il pugno duro contro le droghe leggere non paga. Ed è proprio la Commissione guidata da Kofi Annan a “incoraggiare i governi a sperimentare modelli di regolamentazione legale di droghe per la cannabis, ad esempio) che siano disegnati per minare il potere della criminalità organizzata e salvaguardare la salute e sicurezza dei cittadini”. Legalizzare il consumo delle droghe leggere è inoltre lo strumento giusto per colpire le filiere di spaccio, e ha l’indubbio vantaggio di “concentrare le azioni repressive sulle organizzazioni criminali violente”, come si legge nel rapporto 2011 della Commissione Kofi Annan.

Siamo tutti più ricchi?

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Il nuovo numero di IL, mensile del Sole24ore uscito giovedì 19 dicembre, oltre ad avere una delle copertine più belle di sempre (quella che vedete in foto), tratta diffusamente di un tema bello complesso: il mondo del 2013, quasi 2014, è più ricco o più povero rispetto a qualche decennio fa?

A questa domanda si può rispondere in due modi. Il primo è seguendo la vulgata che da anni ci viene propinata, secondo la quale globalizzazione, liberalizzazione dei mercati e delle finanze abbiano arricchito una minoranza è impoverito la stragrande maggioranza. Da cui i movimenti we are 99%, e la necessità di tornare a modelli economici già visti e sperimentati.
Oppure c’è la seconda risposta. Che parte dai numeri, citati proprio nell’editoriale di IL firmato dal direttore Christian Rocca.

A livello globale, nel 1990 i super poveri (coloro che vivono con 1,25 $ al giorno) erano 1.9 miliardi (43% del pianeta). Nel 2010 la cifra è passata a 1.2 miliardi: al netto della crescita della popolazione, la percentuale è dimezzata, pari al 21%. Verso il 2030 la cifra è destinata a calare ancora, portando fiori dall’indigenza un altro miliardo di persone.

Poi, è vero, c’è il problema della disuguaglianza. E sempre i numeri sono impietosi: lo 0.7% del mondo possiede il 41% della ricchezza totale. Ancora, il 68% della popolazione mondiale possiede meno di 10.000 $. Cifre indiscutibili.

Insomma, che fotografia ne scaturisce? Quella di un mondo in cui i ricchi sono più ricchi, ma lo stesso mondo in cui i poveri sono incredibilmente sempre di meno (stiamo parlando, lo ricordo, di miliardi di persone). Tutto ciò è frutto di scelte politiche ed economiche ben precise, una volta crollato il muro di Berlino. La vera sfida dei prossimi anni, da parte dei governi e in particolare dei governi di sinistra (o degli aspiranti tali) sarà quello di tutelare il blocco sociale che da sempre ha permesso la modernizzazione, lo sviluppo e l’aumento del benessere: la middle-class. Per evitare che, lei sì, diventi sempre più povera in un mondo sempre più ricco.

Con Matteo Renzi

Domani 8 dicembre andrò a votare alle primarie del Pd e voterò Matteo Renzi.

Non sarà la prima volta, ma sarà quella decisiva. Non si tratta solamente di scegliere il segretario di un partito, anche se il Pd ha bisogno di archiviare in fretta la disastrosa gestione bersaniana. Oggi più che mai scegliere Renzi rappresenta l’unica, e ultima, opportunità per rimettere in sesto un paese immerso nella palude.

renzi

Renzi infatti è l’unico che può seriamente rappresentare l’àncora verso la normalità. E cioè verso una democrazia maggioritaria, in cui si sfidano centro-sinistra e centro-destra, e chi vince le elezioni governa. Punto.

Il rischio che corriamo infatti, dopo la sentenza della Consulta sul Porcellum, è quella di approdare a una stagione di proporzionalismi e larghe intese all’infinito. Meritiamo di più. Meritiamo il bipolarismo e una legge elettorale maggioritaria. Solo Renzi ha dimostrato di crederci davvero.

Matteo Renzi ha la forza di fare del Pd il primo partito d’Italia, di imporre un’agenda al governo Letta, e di vincere le elezioni. Per farlo bisogna trasformare il partito: come fece Clinton nel 1992, come fece Blair nel 1994.

Voterò Renzi perché voglio un partito aperto e capace di parlare non solo ai soliti noti, ma anche agli studenti dal futuro precario e a chi fatica ogni giorno per creare lavoro. Voglio un Pd che faccia di scuola, cultura e ambiente le proprie bandiere. E che sappia vincere le elezioni. Finalmente.

Leopolda #1: forward, not back

Ci sono tanti aspetti su cui poter scrivere della Leopolda. Ne scelgo due, in attesa di altri contributi dagli altri blogger leopoldini.

Il primo. La Leopolda è un unicum in Italia. Non esiste un altro appuntamento del genere, da parte di nessuna forza politica. Il che è anche la sua bellezza: tre giorni pieni di sostanza (alla faccia di chi parla solo di immagine) che coinvolgono migliaia di persone da tutta Italia. Giunte a loro spese, ça va sans dire, da Torino a Palermo e da ogni angolo del Paese. Persone: non spettatori. A nessuno è stato pagato il pullman dal partito. Tutti sono stati coinvolti: nei tavoli di lavoro, negli interventi sul palco. Nessun parlamentare ha preso la parola. Siamo ben lontani non solo dall’idolatria del web grillina, ma soprattutto dalle convention artefatte di Pdl e compagnia. Chiunque poteva partecipare: bastava registrarsi. La Leopolda è il vero congresso del Pd. Perché lì c’è il popolo del Pd che pensa e prova a cambiare le cose. Non è un caso che si ripeta annualmente: se Renzi diventerà segretario, dovrà per prima cosa istituzionalizzare questo appuntamento. Farne quel che in Gran Bretagna è la conferenza annuale del Labour.

Il secondo. Se ci fate caso, nei giorni successivi alla Leopolda, tutte le altre forze politiche hanno discusso dei temi prodotti a Firenze. Dalla legge elettorale all’abolizione delle province, dalla riforma del diritto del lavoro a quella della giustizia. Tutti a dire: così non va, è sbagliato questo, è sbagliato questo. Non mi interessa tanto il merito, quanto la logica. Erano anni che la sinistra si trovava a inseguire. Ha inseguito la Lega sulla sicurezza, Berlusconi sulla giustizia, Grillo sui costi della politica. Ora finalmente si prova a ribaltare il tavolo. Noi dettiamo l’agenda, voi andate al traino. Perché la sinistra non può parlare di tasse? O di immigrazione? Se faccio una buona proposta sulla riforma della giustizia, può essere che prendiamo il voto di un elettore che prima non ci votava. Dovrebbe funzionare così, in un mondo neanche troppo perfetto.

La mia speranza è che la stazione Leopolda sia veramente il luogo da cui la sinistra italiana possa ripartire. Cercando nuovi binari. Forward, not back.

Moratti, l’ultimo don Chisciotte

Massimo Moratti che vende l’Inter al magnate indonesiano Erick Thohir è il segnale che l’età dell’innocenza è definitivamente perduta. Forse arriva persino in ritardo, ma parliamoci chiaro: è l’ultimo pezzo di un calcio che se ne va, e che guarderemo solo su youtube. Non è una questione di meglio o peggio, ma di qualcosa che non sarà più come prima, e che spaventa anche un po’.

A Moratti non serviva l’Inter per essere quel che è, e l’Inter non è ovviamente stata quello che il Milan è stato per Berlusconi (un viatico per la scalata politica) o la Juve per gli Agnelli (una tessera del puzzle nazionalpopolare, insieme a Fiat e Ferrari). Nel bene e nel male, e ognuno farà il suo bilancio, Moratti è stato parte dell’Inter e di milioni di tifosi. Ma è stato anche di più: un’icona, un don Chisciotte, un romantico, un idealista. Non credo sia un caso che la sua parabola sia coincisa con gli anni Novanta e Duemila: anni di grandi speranze e grandi delusioni, anni fragili poiché privi delle certezze rassicuranti del passato, volati dallo champagne millenario alle paure delle crisi e delle guerre.

Moratti nell’Inter ha messo tutto se stesso, limiti inclusi. Prometteva di vincere, ma in fondo gli interisti si accontentavano di sognare. E’ stato l’ultimo vero signore di un’élite che non c’è più, stretta tra il cafonismo parvenu dei nuovi padroni e le ultime satrapie del pallone. Ora passa la mano, e tutti ci risvegliamo bruscamente. Non ci sarà più nessun argine verso la contaminazione globale, e magari è anche giusto così: da altre parti ci sono arrivati da tempo, e in fondo basta un gol nel derby per far dimenticare il passaporto dei quattrini. Ma senza don Chisciotte non ci saranno più nemmeno i mulini a vento, e chi non ha mai sognato di sfidarne uno non sa cosa s’è perso.