Bentornata Politica!!

Immagine

Il “mercoledì da leoni” è passato e non ha disatteso le attese. Questa settimana è stata decisiva sia per il governo, sia per tutti noi amanti della politica.

Ciò che vorrei evidenziare è il ritorno della politica alle sue dimensioni originarie, non più attrice secondaria ma capostipite del dibattito nazionale. A novembre 2011 avevamo lasciato Berlusconi accolto al Quirinale per lasciare le dimissioni. Quella sera la politica aveva ceduto il passo al rigore e alla matematica. Con Monti ci siamo abituati a una visione di vigilanza aziendale del palazzo, una continua analisi tra costi, tagli e benefici. Ci sono poi state le primarie del Pd conquistate da Bersani e dall’apparato. Le elezioni del Quirinale e la figuraccia del partito democratico (vedi la voce Prodi). Il tutto si è risolto con il compromesso, con il fare senza fare. Tanti sintomi che hanno fatto pensare ad una politica malata e in cattiva forma. Ritornava Napolitano e contemporaneamente il governo si adeguava alle larghe intese attraverso la solida figura di Enrico Letta. Il palazzo ha vissuto mesi di adeguamento, strettoie, lavoro serio ma non drastico e impetuoso.

Ora si riparte, le sabbie mobili avevano inglobato un sistema incapace di essere propositivo ed efficace.

Si comincia da Renzi, sicuramente l’attuale detentore della fiducia popolare. Si riparte dalle promesse, dalla voglia di fare e disfare. Si mostrano slide (non decreti legge) raccogliendo entusiasmo e pessimismo. Si ricomincia a parlare politichese, per noi appassionati una boccata d’ossigeno salutare. Ci siamo, bentornata politica, sperando che il tempo trascorso nell’ombra abbia portato consiglio. Attendendo le vere soluzioni, godiamoci questa fiducia rinata e incrociamo le dita. Ora non contano i colori dei partiti, ciò che ha veramente importanza è la ritrova passione che alimenta il dibattito attuale. Finalmente!

Annunci

Quel “Fuck the European Union” difficile da digerire.

Immagine

La scorsa settimana, la Vicesegretaria di Stato americana Victoria Nuland si è lasciata scappare un “Fuck the European Union”. La frase è stata detta al cellulare durante una conversazione con l’ambasciatore americano Pyatt. La telefonata è stata intercettata in Russia e l’audio è finito in men che non si dica su youtube, lo potete ascoltare qui. L’argomento di discussione tra la Nuland e Pyatt era la situazione in Ucraina. Lo Stato ucraino è al centro negli ultimi mesi di una forte instabilità politica e sociale alla quale l’Europa in primis non ha saputo rispondere con forza.

La figuraccia diplomatica statunitense appare indubbia così com’è evidente il colpo basso della Russia. Queste poche righe tuttavia le vorrei focalizzare sul terzo incomodo: l’Europa.

Gianni Riotta ha scritto un’editoriale venerdi scorso, 8 febbraio, a mio avviso semplice e interessante su La Stampa (link). La vera questione in merito alla gaffe politica non deve allontanarci dall’ammettere che poco si sta facendo per aiutare lo sviluppo della stabilità in Ucraina. L’Unione Europea è in balia delle singole forze degli Stati aderenti. La mancanza di una politica estere comune è evidente. Non si può cadere dalle nuvole, non è la prima volta che accade. Iraq? Bosnia? Primavere arabe? Afghanistan?.

In campo internazionale, oltre al potere e alla forza militare di uno Stato è importante ciò che viene definito soft-power. Questo termine con l’inizio del millennio è caduto in disuso anche tra i politologi e i teorici delle relazioni internazionali. Credo sia un errore dimenticarsi l’importanza di influenzare altri attori internazionali attraverso metodi e strategie che non prevedono l’uso della forza. Tutto ciò che ci rappresenta forma la nostra cultura, la nostra identità e la nostra capacità di rapportarci al di fuori dei confini.

Riotta nel suo articolo cita i Beatles e la loro capacità di coinvolgere gli States negli anni sessanta attraverso una tournèe esaltante. Sono centinaia i brand che appartengono alla nostra quotidianità e sono riconducibili a paesi esteri. Dalla Coca-Cola alla Samsung in mezzo si trova di tutto. Laddove manca un’azione politica comune, forte, rigida e programmata dell’Unione sarebbe saggio utilizzare qualche arma ugualmente penetrante.

L’Europa soffre una sindrome di nanismo politico, è schiacciata e incapace di mettere a frutto le proprie potenzialità. Forse dopo l’umiliazione che ci invita a “fotterci” sarebbe il caso di mostrare l’orgoglio e uscire da questa impasse infinita.

Electrolux e la necessità di una politica nuova.

Immagine

Lo stabilimento Electrolux in provincia di Pordenone comprende 1.200 dipendenti interni, 2.000 lavoratori se si considerano anche le attività indirette collegate.

Qual è il problema?

La concorrenza asiatica. Nello specifico si pensi a Samsung e Lg. Queste due imprese hanno un target di consumatori identico e producono a prezzi molto concorrenziali.

Cosa fa Electrolux in Italia?

Electrolux ha quattro strutture produttrici in Italia. Si stimano indicativamente tra i 4 e i 5.000 lavoratori riconducibili a quest’impresa.

Qual è la proposta di Electrolux?

Electrolux ha proposto diversi piani industriali. In particolare la scelta ripiegherebbe sulla chiusura dello stabilimento in Friuli e una drastica riduzione degli stipendi per gli altri dipendenti. A questa proposta si sono affiancate diverse alternative. Sono in ballo premi aziendali, riduzione del monte ore, avanzamenti contrattuali e chi più ne ha, più ne metta. Per ora nulla è stato deciso, si è solo capito che la cinghia va stretta.

Come si è mossa la politica?

Condivisibile la posizione del Presidente Serrachiani. Davanti a questa situazione ha chiesto le dimissioni del Ministro Zannonato. Il Pd friuliano identifica nelle politiche occupazionali e nelle azioni di sostegno al lavoro il vero problema sul quale giocare la partita.

Perché questo post?

Questo post è scritto perché noi italiani siamo abituati alla necessità di dover incolpare qualcuno. Non perdiamo tempo nell’indicare l’assassino. Occorre invece allargare gli orizzonti per affrontare i veri problemi che si stanno vivendo.

Siamo davanti a una multinazionale che dopo anni di crisi ha in “portafoglio” decine di migliaia di dipendenti e famiglie italiane. Tanto per cominciare diciamo grazie.

In seconda battuta il problema centrale non è il calo dello stipendio per i lavoratori. Il vero problema è la mancata sinergia di politiche economiche a livello comunitario. La mancanza di un vero mercato europeo porta a una cattiva gestione del territorio. Regole, diritti e doveri diversi portano al caos giuridico, operativo e sociale. Tutto ciò nel suo insieme crea una forte perdita di efficienza all’Unione Europea. Se a queste considerazioni si affianca una crisi economica importante la frittata è presto fatta.

A queste considerazioni si deve aggiungere una politica mal sana incapace per anni di assistere lo sviluppo di quel tessuto imprenditoriale capace di assumere e migliorare le condizioni del Paese.

Ecco che si torna a parlare di cuneo fiscale, ecco che si parla di incentivi alle assunzioni, ecco che si parla di ricerca e sviluppo in Italia e in Europa. Questi sono i veri discorsi da affrontare per evitare che si presentino decine e centinaia di casi simili a Electrolux.

Se si vuole garantire una ripresa solida e costante non occorre mettere la toppa attraverso il solo e solito assistenzialismo Statale. Non serve garantire l’eventuale prolungamento della Cassa Integrazione per i futuri disoccupati che ora lavorano presso Electrolux. Un padre di famiglia disoccupato, anche con qualche euro in tasca, è una persona incompiuta e incapace di spendere senza una stabilità personale e familiare alle spalle.

Non è garantendo un’entrata temporanea a queste famiglie che si cuce il tessuto squarciato della nostra crisi. Non è aprendo i rubinetti statali che si da fiducia ai lavoratori.

Occorre incentivare tutte quelle aziende come Electrolux a rimanere in Italia, garantendo detrazioni e sussidi in funzione di assunzioni e validi piani industriali.

Un lavoratore con lo stipendio ridotto ha meno potere d’acquisto, questo è vero. E’ giusto salvaguardare tutti i partecipanti a questo dramma. Garantire lo sviluppo industriale in un mercato economico globale è il primo passo da muovere.

Un Paese senza lavoratori ma ricco di disoccupati come pensa di riallacciarsi a una quanto mai fiabesca ed astratta ripresa?

La cattiva gestione economica nel Paese ha creato situazioni drammatiche. Forzare il mercato sostenendo attività a rischio fallimento peggiorerebbe ulteriormente le cose.

Si cerchi di creare un’economia salda e fiorente, non si aggiungano stampelle ad attori mal conci. La politica deve rispondere e non può più farlo con il solito esborso di capitale pubblico.

Il vero successo

Immagine

Dopo un mese dalle primarie del Pd ecco ciò che tutti aspettavamo. Ieri è stato presentato in direzione, il pacchetto di riforme che riguarda la legge elettorale, il Titolo V e l’abrogazione del Senato.

La vera importanza di queste proposte risiede nella presa di posizione chiara, netta e veloce della leadership. Ciò che era stato promesso a dicembre è stato rispettato. Questo è già qualcosa che richiama al cambiamento (e ahimè anche alla novità).

Il “pacchetto” è gradito al governo, a Forza Italia e al Nuovo Centro-Destra. Si parla di una solida base dalla quale partire per riformare a livello istituzionale il Paese.

Sicuramente le misure prese in considerazione racchiudono un compromesso tra diverse entità politiche. Ogni riforma è criticabile ed evidenzia argomenti di discussione. Tuttavia non si deve mettere in secondo piano il vero successo di Matteo Renzi.

Per vent’anni il centrosinistra è stato succube del nemico politico ed ha vissuto una negativa sudditanza rispetto alla figura di Berlusconi. Ora la direzione prende in mano le redini del gioco e imposta alcune riforme di grande caratura. Si abbandona l’ego ideologico e si crea un’azione politica basata sul confronto. Scusate se è poco, forse ci siamo già dimenticati l’immobilismo vissuto negli ultimi anni.

Dinamicità, pragmatismo e imposizione delle proprie linee guida. Basta perdere per aver appoggiato idee sbagliate di altri, ora si può vincere partendo dalle azioni che nascono in seno al Partito Democratico.

Se questo non è cambiamento allora siamo solo dei perdenti nostalgici.

Prezzemolino!

Immagine

Ultimamente è come il prezzemolo, ovunque. Andrea Scanzi è per me urticante.

Va precisato che in alcune cose è bravo. Non si possono discutere la capacità di aprirsi attraverso i social network e la voglia di assimilare determinati problemi dell’elettorato più popolare. 

Poi basta, il resto fa venire il latte alle ginocchia.

Scanzi si è creato questo personaggio un po’ vecchio a dire il vero. Il paladino delle cause perse. Prima tra tutte il Movimento 5 Stelle.

Oggi ha scritto che il Pd non dovrebbe perdere tempo e passare subito alla richiesta di dimissioni del ministro Di Girolamo. Non sono qui a difendere il ministro. Ricordo solo come il governo fosse stato proposto dal Pd anche agli amici di Scanzi. Amici che si sono arrampicati sui tetti di Montecitorio pur di non offrire un apporto propositivo al Paese. Ora da quel pulpito arrivano suggerimenti su come il Partito Democratico si debba comportare.

Tutta finzione. Tutta incapacità di fare. Ipocrisia. La confusione sorregge il paladino e il movimento che rappresenta.

Scanzi da febbraio è diventato il rappresentante di un mondo senza tessere ma i cui burattinai sono ben noti. Se serve una voce, ci pensa lui. Un mix tra finto indipendentismo e vanità personale. Una solfa che si trascina da mesi e stufa come l’avanzo del giorno dopo.

Poi mi chiedevo, ma le sirene esistono?

Nuovo anno, nuovo Pd. Si spera.

“Non sono i provvedimenti di legge che creano lavoro, ma gli imprenditori.”

 

Immagine

Sembrerà banale ma sono rimasto soddisfatto nel leggere la dichiarazione introduttiva di questo post. A dire la frase in questione è stato Matteo Renzi. 

Finalmente il Pd sembra pronto per affrontare questo periodo di emergenza partendo dai veri problemi del Paese. Non si tratta di sussidi di cittadinanza, articolo 18 oppure garanzie per i pensionati.

Si parte da chi crea l’offerta nel mercato del lavoro. Si parte da chi può offrire un salario e non da chi vorrebbe assistenza a spese di uno Stato ormai strangolato dalle spese correnti. Agire nel mercato del lavoro e non ai suoi margini è il focus attraverso il quale il Paese può riprendere una boccata d’ossigeno.

Non si parli più di cuneo fiscale, di contratti a tempo determinato e collegamenti tra il mondo dell’istruzione e il sistema lavorativo. Si vada ai fatti, forse è la volta buona e la strada è quella giusta.

Mo basta!

Image

Chiedo scusa perché sono in minoranza nel Paese sbagliato.

Chiedo scusa perché penso che i 20 dollari di una massaia dell’Ohio come finanziamento a Obama non siano l’ago della bilancia ma siano comunque significativi per rappresentare la libertà di scelta. Come principio.

Chiedo scusa perché non sopporto l’idea che in Italia il finanziamento pubblico ai partiti sia arrivato nel 2008 a 500 milioni di euro. La spesa effettiva dichiarata è stata di 50 milioni.

Chiedo scusa perché non sopporto la cultura del sospetto. Non sopporto quella stravagante mentalità italiana basata sul criticare chi può permettersi di più. Non sopporto l’invidia. Non sopporto il garantire dal basso senza premiare chi merita. Non sopporto chi lotta solo per avere, senza dare. Trovo estenuante che il merito in Italia sia una discriminante, “perché da qualche parte devi aver rubato altrimenti non saresti li”.

Chiedo scusa perché non sopporto gli indici puntati a prescindere. Non sopporto chi guarda male un imprenditore senza conoscerlo. Chi cerca le aziende dietro gli scienziati. Chi pensa di essere circondato da furbetti a prescindere.

Si parla molto del finanziamento ai partiti. Il mio pensiero è minoritario. In Italia si deve garantire tutto a tutti sulle spalle di un Dio statale incapace. Dobbiamo lamentarci se vogliamo essere italiani. Piangere per avere. Gridare per essere ascoltati. In Italia se non perdi tempo sei qualcuno che trama furberie. L’uguaglianza esiste nel senso che nessuno può avere o dimostrare qualcosa in più.

Detto ciò, se il finanziamento ai partiti è un problema di garantismo, l’ennesimo, allora è davvero la volta buona per cambiare pagina.