The Wall ovvero lo spettacolo definitivo

Dal momento che ho un po’ di tempo per scrivere e che la questione B. vs Cassazione mi entusiasma meno di zero vorrei condividere con voi un paio delle sensazioni (forti) sul concerto di Roger Waters visto domenica a Roma. Invito Jack a completare quello che scrivo, visto che eravamo assieme sul prato dell’Olimpico.

Premettendo che il concerto dei Radiohead alle Cascine dello scorso anno aveva decisamente elevato il mio standard di concerto/opera d’arte, devo dire che c’è un solo aggettivo per descrivere lo spettacolo offerto da The Wall: definitivo. Non credo di esagerare molto. Personalmente non credo di aver mai provato qualcosa di simile durante un concerto o di fronte a uno spettacolo (perché si tratta di un’esperienza che va oltre la “semplice” esecuzione musicale).

Uno spettacolo commovente, con una prima parte semplicemente incredibile in cui, contemporaneamente al completamento dell’enorme muro di sfondo, scorrevano immagini di persone scomparse tragicamente (dai militari caduti nella Seconda Guerra Mondiale ai pompieri dell’11/9) accompagnate dal simbolismo che solo i Pink Floyd sapevano regalare. In alcuni momenti letteralmente mi perdevo con lo sguardo verso il palco (eravamo praticamente all’altezza del cerchio di centrocampo) mentre in altri, insieme ai miei carissimi compagni di avventura, ci fermavamo a fissare lo spettacolo delle tribune. Non so se sia dovuto alla particolarità dell’Olimpico, così largo da creare quasi un effetto arena se ti trovi come noi in mezzo al prato, ma si poteva realmente vedere e sentire l’empatia di tutte quelle persone con lo spettacolo che stavano guardando. Ecco, questa sensazione di empatia mista alla commozione credo sia stata la cosa più intensa dell’intero show.

Personalmente poi avevo gli occhi lucidi durante le quattro canzoni che vi allego nel video, ma questo è legato principalmente a una mia particolare predilezione per quella parte di album. Il momento esatto in cui finisce Bring the Boys Back Home e inizia Comfortably Numb è, credo,  il momento musicale più alto che abbia mai toccato.

Dio salvi la Regina (e anche Jonathan Coe)

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Dio salvi la Regina, anche quando le cose non vanno proprio benissimo. E sì che la Gran Bretagna degli ultimi trent’anni le ha viste tutte: dai “marroni” anni ’70, al boom del tatcherismo negli anni ’80, fino alle incertezze e alle speranze nate a cavallo del terzo millennio. Non è facile districarsi in mezzo a quintali di fish&chips, ales, neoliberismo e neolaburismo. Tra gli scioperi delle Trade Unions guidate dai trotzkisti, la risposta dei conservatori e il tentativo di seminare una nuova società con la cool Britannia. Per fortuna che a fare luce ci aiuta Jonathan Coe, che nel corso degli anni (i libri sono in giro da un po’) ha costruito un vero e proprio tracciato attraverso il quale gettare un’occhiata alla Gran Bretagna degli ultimi trent’anni.

La banda dei brocchi, La famiglia Winshaw e Circolo chiuso costituiscono un affresco imprescindibile sui

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cambiamenti dei sudditi di Sua Maestà nell’ultima parte del Novecento. Non è una vera e propria trilogia poiché solo La banda dei brocchi e Circolo chiuso vedono gli

stessi protagonisti, ma è evidente il fil rouge tra i te volumi. Che sono scritti con una prosa brillante, meno basic rispetto a Irvine Welsh e meno lineare rispetto a Nick Hornby.

 

Coe - Circolo chiusoQuesto perché Coe, amante di Calvino, ne ha ripreso l’abilità narrativa nel costruire trame che si prendono e si perdono fino a ricomporsi ai limiti del possibile (l’intreccio di La famiglia Winshaw è stupefacente).

Due osservazioni finali. La prima, personalissima, è che raramente (e qualcosa ho letto) mi sono identificato con un personaggio dei romanzi come mi successo con Benjamin Trotter (La banda dei brocchi e Circolo chiuso), e la cosa mi ha veramente stupito. La seconda, più generale, l’idea che resta della Gran Bretagna, dopo la triplice lettura. E cioè quella di un paese tutt’altro che florido ma in grado di capire il momento in cui trasformarsi e rompere col proprio passato, affrontando poi le conseguenze delle proprie scelte. Mentre su questi lidi non si fa altro che rimandare, per evitare di dover cambiare. Dio salvi la Regina, e ci preservi Jonathan Coe.