sir Alex Ferguson, “My Autobiography”: oltre l’autobiografia

Ho letto questo libro sulla scia di una serie di autobiografie di personaggi sportivi e mi sono ritrovato a leggere un manuale di management. Il condimento di chicche calcistiche non lascia a bocca asciutta anche se avendolo letto in lingua inglese (in uscita in Italia in questi giorni)  alcune sfumature possono essersi stemperate.

Le polemiche post pubblicazione hanno più dei rumors creati ad hoc per il lancio pubblicitario che di un mero tono polemico dell’autore/agens. Tra i capitoli più gustosi ci sono quelli su Roy Keane, David Beckham e Rafa Benitez. Il libro si snoda raccontando calciatori, allenatori e personaggi vari incontrati nella sua lunga carriera. Il fil rouge è il pensiero manageriale di Ferguson: come affrontare una successione aziendale, come creare e gestire un team coeso e motivato, come rinnovare un ciclo di giocatori vincenti, come tramandare l’identità storica e culturale di un club nel mondo contemporaneo sono tutte tematiche esplicate all’interno del libro.

Sicuramente una lettura piacevole e formativa che non vi rovino anticipando passaggi o perle sui più importanti personaggi calcistici degli ultimi 20 anni.

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Il coming out di Hitzlsperger: finalmente un segnale dal calcio

Perché condividere questo video?
La risposta è che si tratta del primo coming out proveniente da un giocatore di prima fascia. Hitzlsperger, infatti, si è ritirato a soli 31 anni dopo l’ultima stagione all’Everton conclusa con una manciata di presenze. Non appartiene certo alla cerchia dei campionissimi ma si tratta comunque di un giocatore che ha vestito per 52 volte la maglia della Germania. Non proprio bruscolini.

In conclusione, si tratta di un segnale molto rilevante che arriva da un mondo, come quello calcistico, dove il tema dell’omosessualità è considerato ancora un tabù. Per giunta da un giocatore che ha conosciuto una carriera di buon livello.

I Tornei dei Bar

Che belli i tornei dei bar di una volta.

Nei paesini di montagna quando c’erano i soldi, quando i commercianti e artigiani locali potevano evad…(ehm..) incassare più di oggi si organizzavano a luglio tornei di calcio a 11. Appassionati baristi, ferramenta, gommisti, meccanici, falegnami organizzavano la propria squadra ingaggiando giocatori forti dalle origini più svariate. Posso testimoniare (grazie ad alcune fotografie) che una volta un certo Paolo Rossi fu ingaggiato dal Bar Jolly per il torneo dei bar di Castiglione dei Pepoli, borgo di tremila anime disperso sull’Appennino. I tornei erano ben organizzati e il pubblico partecipava sempre con grande calore, tifando chi per i propri amici, chi per il proprio bar, chi per i propri familiari.

Una parte inscindibile del Torneo dei bar erano le polemiche dentro il bar: c’era sempre la squadra di un bar favorita  perché il cognato del barista che gestisce il Bar X era il miglior amico dell’organizzatore del torneo. C’era sempre un arbitro che veniva ricusato perchè in gioventù era andato in colonia con il fratello del proprietario della Macelleria Y. C’era sempre un guardalinee che non andava bene perchè storico compagno di briscola del terzino destro della squadra Z. E poi, proprio perchè in quei tempi si poteva evad…(ehm) incassare più di oggi c’era sempre il rischio che volasse qualche mazzett… (ehm) rimborso spese di troppo a quell’arbitro o a quel guardalinee. Insomma, le regole erano un pò così, i sorteggi erano un pò così, gli arbitraggi pure e il complottismo (in molti casi pienamente giustificato) imperava.

Che belli i tornei dei bar di una volta.

Il problema è che i tornei organizzati da Blatter assomigliano sempre terribilmente a quei tornei dei bar con regole decise un pò così, sedi decise un pò così, arbitraggi un pò così, squadre di casa favorite un pò così, sorteggi organizzati un pò così, la Francia tirata avanti un pò così.

Alla fine a forza di organizzare le cose un pò così escono fuori gironi assurdi, alcuni di nessun interesse e altri che vedranno da subito scontri tra titani. Come abbiano fatto Belgio e Colombia (due nazionali promettenti, che però non si qualificano per competizioni importanti da più di dieci anni) a finire tra le teste di serie a spese di Olanda e Italia è un mistero che stanno cercando di svelare alla NASA.

Intanto Blatter e Platini ci rimbombano il cervello con gli spot sul fair play e su quanto sono belli, simpatici e carini i bambini negli stadi (a proposito, ce l’avete mai portato voi un bambino allo stadio? ecco, meglio portarli al parco). Blatter e Platini che inculcano il fair play sembrano quei pacchetti di sigarette che ti invitano a non prendere il cancro.

E’ inutile fare gli ipocriti, dal 12 giugno saremo tutti lì a discutere di quanto sia scarso Riccardo Montolivo trequartista, di quanto possa dare ancora Daniele De Rossi a questa nazionale, di quanto sia lento Cesare Prandelli a leggere le partite in corsa e ironizzeremo sulle imprese di Mario Balotelli a Copacabana.

Però certi squallidi personaggi farebbero passare la voglia a chiunque. Anche a me.

Buon Mondiale a tutti.

 

 

Moratti, l’ultimo don Chisciotte

Massimo Moratti che vende l’Inter al magnate indonesiano Erick Thohir è il segnale che l’età dell’innocenza è definitivamente perduta. Forse arriva persino in ritardo, ma parliamoci chiaro: è l’ultimo pezzo di un calcio che se ne va, e che guarderemo solo su youtube. Non è una questione di meglio o peggio, ma di qualcosa che non sarà più come prima, e che spaventa anche un po’.

A Moratti non serviva l’Inter per essere quel che è, e l’Inter non è ovviamente stata quello che il Milan è stato per Berlusconi (un viatico per la scalata politica) o la Juve per gli Agnelli (una tessera del puzzle nazionalpopolare, insieme a Fiat e Ferrari). Nel bene e nel male, e ognuno farà il suo bilancio, Moratti è stato parte dell’Inter e di milioni di tifosi. Ma è stato anche di più: un’icona, un don Chisciotte, un romantico, un idealista. Non credo sia un caso che la sua parabola sia coincisa con gli anni Novanta e Duemila: anni di grandi speranze e grandi delusioni, anni fragili poiché privi delle certezze rassicuranti del passato, volati dallo champagne millenario alle paure delle crisi e delle guerre.

Moratti nell’Inter ha messo tutto se stesso, limiti inclusi. Prometteva di vincere, ma in fondo gli interisti si accontentavano di sognare. E’ stato l’ultimo vero signore di un’élite che non c’è più, stretta tra il cafonismo parvenu dei nuovi padroni e le ultime satrapie del pallone. Ora passa la mano, e tutti ci risvegliamo bruscamente. Non ci sarà più nessun argine verso la contaminazione globale, e magari è anche giusto così: da altre parti ci sono arrivati da tempo, e in fondo basta un gol nel derby per far dimenticare il passaporto dei quattrini. Ma senza don Chisciotte non ci saranno più nemmeno i mulini a vento, e chi non ha mai sognato di sfidarne uno non sa cosa s’è perso.

Cinque minuti di Gazza

Questa sera si giocherà Inghilterra-Scozia, amichevole di ferragosto dal peso specifico rivedibile ma che mi ha fatto ritornare alla mente un episodio nitidissimo.

15 giugno 1996, Wembley trabocca per la nazionale dei Tre Leoni che affronta la Scozia nella prima giornata degli Europei. Qui si scende nel personale, perché Euro96 è il primo evento calcistico di livello che seguii con cognizione di causa (di Usa 94 ho sfocati ricordi, a parte JJ Okocha e Finidi George che scherzano Mussi e Benarrivo).

Spero che possiate cogliere la poesia di questo undici iniziale, del quale indico volutamente nomi e cognomi.

Inghilterra (4-4-2): David Seaman; Gary Neville, Tony Adams, Stuart Pearce, Gareth Southgate; Steve McManaman, Paul Ince, Paul Gascoigne, Darren Anderton; Alan Shearer, Teddy Sheringham. All.: Terry Venables.

Non l’Inghilterra più talentuosa di sempre (non c’era ancora lo Spice Boy, dalla panchina al massimo usciva uno splendido squilibrato mentale come Robbie Fowler), né quella più tattica (Terry Venables non passò alla storia come uno stratega cartaginese), anzi una squadra che contava più pinte e mezze pinte che punte e mezze punte. Però c’era questo signore qua.

Il mio capo al giornale un giorno mi disse che i gol visti a 8 anni non si dimenticano mai: probabilmente è vero, resta il fatto che quel lampo di Gazza alla Scozia per come penso io il calcio vale più di tutti i dribbling di Messi e dei gol di Cristiano Ronaldo che abbia potuto vedere in questi anni.

Facciamo così: ridatemi cinque minuti di Gazza, Tony Adams in maglia JVC, Alan Shearer al Blackburn, il governatore Ince con la maglia dell’Inter griffata Umbro, e in cambio vi regalo tutti i tatuaggi e le creste del pallone di oggi. Mi bastano cinque minuti.

Il calcio di qua e di là dall’Appennino

La Fiorentina acquista Mario Gomez mentre, nello stesso giorno, il Bologna si assicura le prestazioni dello svincolato Rolando Bianchi. Vorrei partire da queste emblematiche notizie di calciomercato per lanciare uno spunto di riflessione su un tema che da sempre affligge il tifoso rossoblù.
La città di Firenze negli ultimi trent’anni ha sempre potuto ammirare una squadra di calcio in mano a grandi imprenditori. E’ vero che al Franchi si sono visti anche dei casi sull’orlo del TSO come Vittorio Cecchi Gori, però parliamo sempre di personaggi a capo di grandi aziende con enormi capitali a disposizione.
A Bologna nel dopoguerra la squadra di calcio è stata in mano a:
– Dall’Ara (piccolo maglificio, i suoi successi furono dovuti principalmente al settore giovanile e alla fitta rete di osservatori in giro per il mondo, quindi più idee che denaro)
– Goldoni (azienda di preservativi)
– Conti (editore locale)
– Fabbretti (assicuratore/truffatore)
– Brizzi (signore veronese benestante)
– Corioni (azienda di sanitari in ceramica)
– Gnudi e Gruppioni (due modesti imprenditori pieni di debiti)
– Casillo (boss del grano del Tavoliere delle Puglie, si mangiò anche le gambe delle sedie in società e portò la squadra in serie C e al fallimento)
– Gazzoni (ex imprenditore)
– Cazzola (ex imprenditore)
– Menarini (piccolo costruttore edile)
– Porcedda (chi era costui?)
– Guaraldi (piccolo costruttore edile)
A Bologna non si può fare calcio ad alti livelli se non per brevi ed effimeri momenti (lo sapevate che il Bologna non centra un piazzamento in classifica nelle prime sei dal 1971?? sì avete letto bene, dal 1971). A Firenze invece sì, alla fine magari conquistano soltanto dei piazzamenti e delle occasioni perse però è impensabile che Livorno, Pisa o Siena sottraggano a Firenze lo scettro di capoluogo regionale del calcio. Bologna, a tal proposito, negli ultimi vent’anni ha anche subito l’umiliazione di farsi costantemente superare da Parma.
Se analizziamo il tessuto industriale e il bacino di utenza di Bologna e Firenze non si spiega assolutamente la voragine che si trova tra i risultati delle due squadre di calcio negli ultimi quarant’anni.
Quindici anni fa si diceva che a Bologna il basket togliesse energie, capitali e spettatori al calcio. Bene, nel frattempo il basket cittadino è semi-morto ma il calcio, che all’epoca viveva uno dei rari fulgidi momenti dagli anni settanta in avanti, ora si trova in stato catatonico.
Qualcuno un giorno dovrà spiegarmi perchè i grandi imprenditori rotolano sempre dall’altra parte dell’Appennino.

Il calcio e il suo lato migliore

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Tra processi, stipendi milionari, doping, indagini e Balotelli che torna in Italia per infortunio scopriamo tra le righe il lato migliore del calcio.

Tahiti alla confederation cup. Dove lo sport torna ad essere divertimento per tutti, dove i soldi non contano, dove il tocco ad un pallone riesce a unire.

Anche se fuori dagli stadi brasiliani una nazione protesta, riusciamo a cogliere il lato positivo di uno sport che comunque può dare tanto.