La politica estera italiana ai tempi di Gasparri

Maurizio Gasparri, l’ex presidente del Gruppo Parlamentare del Popolo della Libertà durante l’ultimo governo Berlusconi, di recente ha dichiarato a Radio1 che è necessario fare “un’autocritica” sull’intervento libico, all’indomani del sequestro lampo del primo ministro Ali Zeidan. L’autocritica è la seguente: Sarkozy e Obama avrebbero “trascinato” (testuale) l’Italia in un conflitto che, al posto della democrazia, ha ingenerato una lotta fratricida tra fazioni e clan.

Gasparri, ovviamente, non ricorda che furono la Francia e la Gran Bretagna in primis a favorire l’intervento libico e solo in seconda battuta gli Stati Uniti, riluttanti ad immischiarsi nella “questione Gheddafi” (probabilmente memori anche del fallito attentato voluto da Reagan nei confronti del colonnello libico), intervennero a sostegno della “coalizione dei volenterosi”, di cui anche l’Italia faceva parte.

Prescindendo dal fatto che, una volta approvata la no-fly zone in Consiglio di Sicurezza con le astensioni di Russia e Cina, il conflitto si sia radicalmente trasformato in una caccia ai lealisti causando la reazione di Pechino e soprattutto Mosca, va rilevato che l’Italia non ha lesinato il proprio sostegno sia alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza sia all’ampliamento della missione.

È possibile concordare che l’intervento libico sia stato politicamente un successo nell’immediato a livello di opinione pubblica all’interno dei paesi promotori dell’intervento, ma che nel lungo periodo un “non-stato” come quello libico non avrebbe potuto reggere la conflittualità presente all’interno della società (sempre che di società si possa parlare in Libia, dove la struttura clanica è dominante nei rapporti politici). Tuttavia, non si capisce quale sia “l’autocritica” che l’Italia dovrebbe fare, se i bersagli di Gasparri sono il presidente statunitense e l’ex capo di Stato francese. Non si sarebbe dovuto espandere la missione o non si sarebbe dovuto essere d’accordo con la no-fly zone? L’Italia avrebbe dovuto schierarsi con Gheddafi e non con i ribelli come sembrava paventare un Berlusconi piuttosto titubante all’epoca?

Ma, soprattutto, qual è il significato della parola “trascinare”?

Gasparri con quella parola sembra sottintendere che Italia sia così debole nello scacchiere mediterraneo da aver bisogno di seguire gli alleati europei (Francia) e atlantici (USA) perché incapace di avere una posizione propria nella sua ex-colonia. Questo è il senso della parola trascinare, così come l’ha intesa Gasparri. E se questa è la strategicità della politica estera per il Presidente dei parlamentari dell’allora più grande partito italiano, gli interrogativi sulla capacità di proiezione italiana in campo internazionale non sono solo pressanti, ma rivelano il tremendo analfabetismo in materia di politici “navigati”. Siamo intervenuti in Libia per il cosiddetto “effetto gregge” (l’herd behaviour) quindi e forse per paura di perdere qualche contratto dell’Eni a favore dei concorrenti continentali: ma se i Gasparri di turno sapevano delle difficoltà nella tenuta dello Stato libico una volta venuto meno Gheddafi, come peraltro molti analisti già allora avevano segnalato, perché abbiamo dato l’assenso all’intervento e abbiamo riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) libico subito dopo Francia, Qatar e Maldive e prima degli Stati Uniti?

Tale interpretazione peraltro giustifica il fatto che l’Italia non abbia avuto indipendenza di giudizio sulla questione libica e abbia “tradito” un alleato ricevuto in pompa magna a Roma, al solo scopo di impedire lo sbarco di immigrati sulle coste italiane (accordo che secondo Amnesty venne sottoscritto dopo la morte di Gheddafi dall’allora ministro Cancellieri e dal leader del CNT Jalil) .

La realtà, purtroppo, è che i Governi Berlusconi oltre ad un bilateralismo di facciata e i millantati successi in campo internazionale (al fine di legittimarsi nell’arena domestica) non hanno saputo andare. La politica estera era sostanzialmente senza una strategia di fondo né un ideale che la potesse guidare. E questi sono gli sconfortanti risultati: muoviamo guerra contro uno Stato per non essere da meno agli altri. E ci facciamo trascinare come una barca a vela nel Mediterraneo. Un quadro oltremodo desolante per chi partecipa al G8 e al G20, quale ottava potenza economica mondiale.

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La polveriera della Siria

Le contestazioni al Presidente siriano Bashar Al-Assad, esplose in contemporanea con altri Stati mediorientali in quella che è stata definita la Primavera Araba, si sono tramutate in una guerra civile sanguinaria con centinaia di migliaia di vittime. Prima della Siria il precedente libico, nel quale una rivolta armata aveva fatto seguito alle proteste pacifiche contro Gheddafi, era stato affrontato con un certo piglio dai “grandi del mondo”: la risoluzione ONU, votata con le astensioni di Russia e Cina, aveva previsto una no-fly zone per contrastare il Colonnello. Una volta sul campo però, l’estensione della missione si è allargata a dismisura grazie alla cosiddetta responsability to protect (R2P): si dovevano proteggere i civili dalla rappresaglia dei fedeli di Gheddafi per cui l’aviazione della coalizione intervenuta (dalla Francia alla Gran Bretagna, passando per i riluttanti statunitensi, l’Italia, il Qatar, la Svezia e altri) ha iniziato a bombardare le postazione militari libiche. La Russia né è uscita scottata da questa sconfitta diplomatica: voleva farsi percepire come non insensibile davanti alle richieste dei ribelli, senza però destabilizzare Gheddafi. Una volta fornito il via libera, però, non ha saputo arrestare la coalizione.

In Siria, tuttavia, questo scenario è parso sin da subito improbabile.  Certo vi era una similitudine con il caso libico e questa concerneva la lotta per il potere.  Era (ed è) una lotta fratricida, nella quale le fazioni opposte riconoscevano reciprocamente che non vi sarebbe stato (e non vi sarà) altro esito se non la sconfitta altrui con ogni mezzo possibile. I ribelli siriani non avrebbero avuto scampo una volta trovato un ipotetico ed implausibile accordo politico; lo stesso si poteva dire per gli alawiti (e probabilmente per i cristiani e i vari sostenitori del regime) in caso di caduta di Assad. Insomma, un accordo era ed è impossibile senza che una delle due parti non venga sconfitta sul campo di battaglia, come avvenuto in Libia. Tuttavia in Siria, sin dai primi scontri si era compreso come dietro i ribelli, finanziati lautamente dai petroldollari sunniti, vi fossero organizzazioni legate al terrorismo islamico, se non proprio Al-Qaeda. Inoltre, Damasco rimane ad oggi uno dei pochissimi alleati iraniani nella zona, assieme al gruppo guidato da Nasrallah, ossia Hezbollah, il partito di Dio. Non va poi dimenticato il potere della Storia, nel senso che a pochi mesi di distanza dalla caduta di Gheddafi, la Russia è intenzionata a non ripetere il proprio errore e lasciare mano libera agli Stati Uniti, attraverso la legittimità formale garantita dall’ONU.

Un intervento “stile Libia” è quindi non solo improbabile, ma anche pericoloso non solo per la Siria, ma anche per il Libano – di cui Hezbollah controlla saldamente una parte – per la Turchia (non dimentichiamoci che nel nord sono presenti minoranze curde), l’Iran  per motivi che esulano dal topic dell’articolo ed Israele.

Rimane da capire se sia possibile intervenire per punire Assad, dopo le accuse di aver usato gas Sarin contro i civili. Diamo le accuse per vere(anche se, sempre la storia insegna, gli Stati Uniti hanno mentito già una volta e in maniera spudorata all’ONU nel 2003, quindi cortesia internazionale vorrebbe che queste prove siano mostrate);  e diamo per scontato che gli Stati Uniti siano legittimati a continuare la logica clintoniana della nazione “poliziotto buono” preoccupata di mantenere la legalità internazionale. Ma a quale prezzo intervenire? Obama, di cui ho difeso fino alla settimana scorsa alcune scelte di politica estera,  aveva usato la sua migliore qualità di fronte alla crisi: la prudenza. Lontano dagli eccessi interventistici post Guerra Fredda, aveva ereditato guerre non sue e, se non per mantenere la credibilità USA in Medio Oriente e in Asia, le aveva proseguite in sordina, ponendo fine per lo meno all’impresa più scriteriata, l’Iraq (un non-Stato – per non volerlo chiamare “fallito”, come la Somalia – in cui Al-Maliki controlla poco o nulla, se non le redini del potere formale). Un’uscita infelice come quella della “linea rossa” da non oltrepassare da Assad ha fatto sì che gli Stati Uniti diventassero a parole nuovamente impegnati nella  R2P, basandosi su quelle convenzioni di diritto internazionale che gli Stati Uniti stessi, quando sono “minacciati” nei loro “interessi vitali” dimenticano di applicare. L’impegno morale ad intervenire si è tramutato così in una trappola per Obama; perdere la faccia o rischiare il tutto e per tutto.

Sgombro il campo da polemiche: Assad è un dittatore spietato e può aver utilizzato il Sarin contro suoi connazionali e per questo dovrebbe rispondere alla Storia, dato che i Tribunali Internazionali sono sempre piuttosto parziali nel chiamare alla sbarra “solo” certi dittatori (a cui però viene garantita giustamente l’immunità qualora siano al potere, se il diritto internazionale ha ancora un senso di reciprocità e di uguaglianza degli Stati in un contesto internazionale anarchico). Assad, tuttavia, meriterebbe una pena esemplare sul piano morale e materiale al pari di altri.

Chiuso l’inciso, ritorno al punto precedente: rischiare il tutto e per tutto o perdere la faccia. Perché si danno solo queste opzioni? Perché come insegnano Clausewitz e Von Moltke la pianificazione non fornisce certezze predittive in guerra. Non sappiamo quello che accadrà, nemmeno se si assicura la Russia (come si era fatto in Libia …) che non si estenderà  il mandato per detronizzare Assad. Il Medio Oriente è una polveriera al pari del Balcani nella prima decade del Novecento. Non dobbiamo scordarlo. Una scintilla e Libano, Iran, Israele, Turchia, Stati Uniti potrebbero trovarsi in guerra (augurandosi che si astenga la Russia dal farlo): la sicurezza che non accada tale scenario apocalittico non c’è; per questo motivo una delle due possibilità in gioco è un rischio mortale. Al di là della punizione per la strage di civili, il risultato potrebbe essere inimmaginabile.

Un’ultima considerazione: si deve far pagare Assad per quanto ha fatto, tuttavia si cercherà solo di distruggere l’arsenale chimico. Ergo, Obama ha escluso teoricamente che vorrà cacciare il dittatore siriano dalle leve del potere. Ovviamente non sarà così, qualche obiettivo militare lo si sceglierà in ogni caso per renderlo il più possibile inoffensivo. Ma anche in questo caso, Assad sarà ancora al potere e più determinato di prima assieme al suo selectorate a continuare la guerra civile, perché in ballo c’è la propria sopravvivenza e quella delle minoranze che lo sostengono da difendere anche contro “l’invasore straniero”.  Potrebbero non morire più innocenti a causa del Sarin; ho seri dubbi che non muoiano a causa di armi più convenzionali, ma ugualmente letali.